VENT'ANNI FA L'AGGUATO AL FUTURO DELLA SARDEGNA - LA LEZIONE DEL PONTE PASSERELLA - LE DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE DI MAURO PILI

Vent'anni fa, era il 13 settembre del 1999,poco dopo le diciassette presentavo al Consiglio regionale le mie dichiarazioni programmatiche come Presidente della Regione.

Per la prima volta la seduta del Consiglio regionale veniva trasmessa in diretta dalle principali emittenti televisive regionali.

Oltre mezzo milione di sardi collegati per l'esordio della mia Presidenza.

Niente poteva far pensare a quell'agguato che mi era stato organizzato in stile mafioso da alcuni personaggi della politica e dell'editoria!

Affermarono che in Consiglio regionale avrei presentato dichiarazioni programmatiche copiate da quelle lombarde, che avrei parlato di Alpi, province e quant'altro.

Ovviamente era tutto falso! L'obiettivo era quello di costruire a tavolino un'accusa tesa solo a distruggere un progetto politico rivoluzionario.

Il danno politico e personale fu gravissimo ma niente riuscii a fare per fermare un agguato che vedeva schierati gruppi editoriali di primo piano a partire dalla Rai di regime!

Oggi, a distanza di vent'anni, sento il dovere morale,prima di tutto verso quei sardi che mi diedero allora quell'immensa fiducia, di riproporre qui il resoconto ufficiale e integrale di quel mio intervento nella massima assise dell'Autonomia Sarda.

Pubblico il link del Consiglio regionale di quella seduta:

http://www.consregsardegna.it/resoconti/resoconto.asp?idverbale=120005#arg120005005001

Lo faccio per la verità dei fatti, per l'onesta intellettuale di coloro che credettero in quel progetto di riscatto della Sardegna.

Chi avrà la pazienza e l'interesse di leggere il resoconto dell'aula potrà non solo rendersi conto di quello che fu un vero e proprio agguato ma sopratutto della straordinaria attualità di quel progetto.

Ecco il resoconto integrale delle mie dichiarazioni programmatiche di quel 13 settembre del 1999.

DICHIARAZIONI PROGRAMMATICHE MAURO PILI - PRESIDENTE DELLA REGIONE - 13 SETTEMBRE 1999

Onorevole Presidente, Onorevoli Colleghi,

nel novembre del 1957 il nostro conterraneo, il senatore Emilio Lussu, rivolse all'allora Presidente del Consiglio dei Ministri, senatore Zoli, una lunga, inusuale e memorabile perorazione politica che egli definì "oratio pro-ponte" per sollecitare la costruzione di un modesto ponte passerella sul Flumendosa.

Consentitemi di leggerne alcuni brani. Esordisce Lussu:

"Faccio seguito alla tua promessa che io prendo sul serio sul ponte passerella. La zona interessata è a cavallo del medio Flumendosa, dopo il Tirso, il fiume principale della Sardegna. Appartiene al Gerrei, provincia di Cagliari. Capoluogo del mandamento è San Nicolò Gerrei dove cento anni fa fu scoperta la tavola trilingue che, con epigrafe in latino, greco e punico, ha dato la chiave approssimativa della lingua che parlavano i Cartaginesi.

A giudizio di quanti, continentali e sardi, conoscono l'isola, è la regione più povera, per la mia esperienza, la più povera di tutta l'Europa occidentale. Quando il Flumendosa è in piena, quattro o cinque mesi all'anno, i contadini e i pastori che sono al di là del fiume non possono comunicare con i villaggi e rimangono bloccati ed egualmente bloccati quelli del villaggio. Per queste piene torrenziali, le terre sulla sinistra del Flumendosa rimangono incolte o sono coltivate in ritardo, fuori la stagione propizia.

Non si passa il Flumendosa in piena se non a cavallo, ottimo nuotatore; io mi presi il gusto di una simile prova del 1913, a 23 anni. Eravamo a caccia grossa sotto Monte Cardia da tre giorni, in 17 cacciatori. Una tempesta d'acqua ci colse e fin dal primo giorno il Flumendosa fu subito in piena. Come rientrare al villaggio? Al quarto giorno, finiti i viveri, decisi di passare il fiume a cavallo; essendo questo fortissimo, convinsi a venire con me in groppa il maestro elementare del villaggio, il mio vecchio maestro, gran cacciatore, Patrizio, un pagano. A casa sua questo maestro aveva un busto di Giuliano l'Apostata, mangia Santi e mangia preti, era stato sempre il terrore della parrocchia.

Con lui in groppa affrontai il Flumendosa con dieci metri di profondità d'acqua; il cavallo era vigoroso ma la corrente ancora di più e questa ci spinse a valle. Il maestro fu colto da panico e si credette all'ultim'ora. Si fece il segno della croce ed invocò "Gesù e Maria".

Il cavallo, dopo grandi sforzi, riuscì comunque a portarci dall'altra sponda, 200 metri più a valle. Il maestro uscì da quell'incidente trasformato e all'indomani andò a messa. A differenza di Paolo Lattarso che passò al Cristianesimo cadendo da cavallo, egli si convertì rimanendovi in sella. Noi due, dunque, il maestro ed io, rientrammo speditamente nel villaggio, ma gli altri 15 cacciatori vi rientrarono dopo due giorni di marcia, risalendo fin sotto Monte Cardiga e poi passando per Perdasdefogu, Escalaplano fino a Ballao per poter riprendere il ponte sul Flumendosa.

Ecco, tutto qui il problema del ponte passerella; in queste condizioni non c'è né agricoltura, né pastorizia possibile; come pagare le imposte, le sovrimposte, le tasse e le sovratasse, come vestirsi, come vivere? Ecco perché dai villaggi è un fuggi fuggi generale di uomini e di donne.

Questo ponte passerella o lo fa la Cassa per il Mezzogiorno o non lo farà mai nessuno, né i Comuni, né la Regione, né lo Stato.

Per finire, ti dirò (rivolgendosi al Presidente dei Ministri) che quei due Comuni per cui ti mando questo messaggio sono amministrati da maggioranze democristiane. Me ne duole fortemente, ma così è! Non può quindi sorgere a nessuno il dubbio che tu commetta (rivolgendosi al Presidente del Consiglio dei Ministri, anche lui cattolico) una debolezza verso il Marxismo a dispetto della Democrazia Cristiana.

Oso sperare (finisce Lussu la sua interrogazione parlamentare) che il Presidente del Consiglio dei Ministri che vive a Firenze, che passa l'Arno sul Ponte Vecchio e su quello di Santa Trinità possa, dalla Cassa del Mezzogiorno, far offrire a dei pastori e contadini sardi questo rustico, umile ponte passerella".

Onorevoli colleghi, credo che in quell'orazione non ci siano soltanto l'intelligenza, l'ironia e il disincanto dell'intellettuale, ma anche la passione civile di un grande uomo politico che ferma lo sguardo anche sui piccoli problemi e cerca di risolverli impegnando tutte le sue risorse intellettuali e tutto il suo prestigio personale e lo fa guardando innanzitutto al problema, alla gente che trarrà beneficio dalla sua soluzione e non già alla parte politica che potrà guadagnarci elettoralmente.

E` una lezione di moralità politica a cui voglio, come nel passato, attenermi rigorosamente, ma è anche un'indicazione di fondo che intendo seguire in queste mie dichiarazioni programmatiche.

Gli elettori sardi ci hanno chiamato ad affrontare e a risolvere i problemi della nostra isola, essendo ben consapevoli delle difficoltà che incombono e dei rischi di regressione economica e sociale che corriamo.

Chi ha percorso la Sardegna e ne ha ascoltato le molte voci, sa bene che quella chiamata "popolare" è, nonostante tutto, ancora carica di attese e di speranze, ma è anche intrisa di rassegnazione e perfino di dubbi e di riserve.

Perché non dircelo? Gran parte dei sardi dubita delle capacità operative e della reale volontà di cambiamento del ceto politico che noi qui, tutti insieme, rappresentiamo. Fuori da questo palazzo c'è una Sardegna stanca di parole, severa ed esigente che chiede fatti concreti e risposte persuasive alla domanda di sviluppo, di occupazione, di crescita civile che viene da ogni ceto sociale. Non possiamo e non dobbiamo deluderla, tanto meno ingannarla. Anche se, paradossalmente, volessimo provarci, non ci riusciremo perché fuori da qui c'è un popolo vero, una società adulta che guarda criticamente alla politica più spesso fonte di divisione che di buon governo.

La stessa legge elettorale regionale rischia di accrescere la diffidenza e di allontanarci della gente perché distorce la volontà degli elettori e nega loro la possibilità di scegliersi la maggioranza che deve governare e l'opposizione che deve controllare.

E` uno dei tanti limiti della nostra autonomia di cui, in larga misura, siamo noi stessi responsabili; è un limite che va superato rapidamente con i mezzi che lo Statuto ci mette a disposizione, ma fino a quando non avremmo la riforma noi dovremmo rimediare con l'intelligenza e la buona volontà alle distorsioni prodotte dal sistema elettorale. Si tratta di affidare al buon governo della regione le stesse sorti della nostra autonomia, più che alla precarietà degli equilibri politici, alla salvezza delle convergenze sulle cose da fare.

Pertanto, onorevoli colleghi, vi propongo un programma fondato su azioni concrete, con l'indicazione degli obiettivi da raggiungere, delle procedure da seguire, degli strumenti da utilizzare e delle scadenze temporali da rispettare.

E` un programma costruito dal basso, nel corso di una faticosa ma illuminante consultazione che mi ha consentito di ascoltare oltre 500 autorevoli interlocutori, uomini e donne, voci diverse nei contenuti e nei toni e tuttavia animati dalla stessa volontà di concorrere ad un progetto comune, mettendo insieme il meglio di ogni singola esperienza. Per questo motivo ogni capitolo del programma vedrà richiamate le riflessioni, le analisi e le proposte che vengono dalla base.

Desidero ringraziare qui tutti gli interlocutori della mia consultazione itinerante, non solo per le cose che mi hanno consegnato, non solo per i contributi preziosi che hanno dato alla stesura del programma, ma anche per le parole di stimolo e di incoraggiamento che spesso mi hanno rivolto, parole tanto più toccanti quando, come spesso è accaduto, venivano da leali avversari politici.

Un ringraziamento particolare vorrei rivolgere ai miei ex colleghi, ai Sindaci della Sardegna; chi avrà modo di consultare i verbali degli incontri non potrà fare a meno di riconoscere che tutti i nostri Sindaci costituiscono davvero, nel loro insieme, un ceto dirigente moderno, profondamente legato alla realtà popolare, perfettamente consapevole delle sue responsabilità e proprio per questo in grado di collegarsi organicamente col Consiglio regionale tutto, e con la Giunta per governare insieme la Sardegna e far crescere l'autonomia.

I Sindaci e gli altri amministratori comunali e provinciali sono la più grande risorsa politica della Sardegna; giustamente, nel lontano 1966, uno dei padri nobili della nostra autonomia, il Presidente Paolo Dettori, li convocò tutti a Cagliari; salutando l'incontro, e cito testualmente: "Come rinnovata testimonianza e conferma dell'aspirazione all'unità dei sardi, del desiderio che essa pienamente si realizzi e divenga il fatto nuovo nella storia della nostra isola, che segni la rottura delle barriere che per tanti secoli isolarono paese da paese, zona da zona, che segni il superamento di esasperanti municipalismi di dissensi e di discordie antiche".

Sono certo che ora esistono le condizioni perché quell'aspirazione si realizzi mediante un ampio, sistematico decentramento di poteri e funzioni ai Comuni e alle Province e col pieno coinvolgimento dei loro amministratori nel corretto governo della Sardegna.

Questo è l'obiettivo fondamentale del nostro programma, un programma che riassumo in due sole parole: autonomia e sviluppo. Proprio dalla consapevolezza che molto dipende da noi, occorre ripartire per quell'assunzione di responsabilità che ci deve vedere impegnati a costruire la nuova via dell'autonomia, quella dell'attuazione, dell'efficacia, dell'efficienza e dell'innovazione.

Occorre sapersi aprire, guardare l'Europa, ma non solo, attrezzarsi per competere, per non subire la logica dell'assistenza e della retroguardia. Una scommessa con noi stessi, con una classe politica che deve diventare classe dirigente, che deve saper riconquistare la fiducia non solo personale, ma anche collettiva delle nostre comunità. In questa direzione occorre perseguire l'azione di governo, ripristinando quel legame tra l'esecutivo e il legislativo, tra la Giunta e il Consiglio regionale, non un rapporto conflittuale, ma sinergico.

Allora, per questo motivo, è indispensabile una stagione di profondo e radicale cambiamento, che vede due soggetti cardine dell'istituto autonomistico collaborare nel rispetto delle proprie funzioni, ma nella consapevolezza che entrambi sono determinanti per lo stesso obiettivo, lo sviluppo dell'isola.

Il primo obiettivo è quello di gestire l'autonomia, passando per un totale rinnovamento della regione e di svolta nelle politiche economiche, è inderogabile l'attuazione degli strumenti autonomistici di cui la Sardegna già dispone ma che non utilizza, non applica e a volte utilizza contro se stessa; un'autonomia che si è trasformata per via di una produzione legislativa eccessiva, disorganica, frammentaria, in un vero e proprio boomerang che ha duramente colpito la regione nel suo cuore funzionale, elementi di criticità che emergono in tutto il loro peso; una mancanza assoluta di uniformità delle procedure amministrative che polverizzano i processi decisionali delle funzioni e delle stesse strutture organizzative.

Siamo davanti ad una normativa regionale che è fortemente caratterizzata da ritardi, carenze legislative in momenti contingenti, confusione fra ambiti normativi e regolamentari, frammentazione e assenza di coordinamento delle disposizioni.

La frammentazione delle procedure è diventata la causa e la conseguenza della frammentazione delle strutture e delle stesse funzioni, con un processo decisionale sempre più complesso e la conseguente mancanza di trasparenza nell'azione amministrativa.

Si è insomma affermata in Sardegna una cultura della procedura che sovrasta quella del risultato, il fine dell'amministrazione diventa la procedura e non più il raggiungimento dell'obiettivo. Bisogna assolutamente invertire la rotta, governare significa incidere sulle regole, rapportarsi col cittadino in termini di efficienza, efficacia e celerità.

E` un processo che può essere attuato in tempi brevissimi, è indispensabile la volontà politica, la capacità di scegliere strade innovative, definire in maniera chiara gli obiettivi e le azioni da perseguire.

Nelle dichiarazioni programmatiche che allego ho indicato i tempi per realizzare questo processo di svolta, è un rischio in politica indicare tempi, ma la sfida o si accetta o si è destinati a soccombere nella continuità, o si cambia o si perde. Il principio di un'autonomia forte sta nella sua capacità di rigenerarsi, di trovare nei propri poteri la capacità di mettersi al passo con l'evoluzione normativa, con le nuove regole dell'economia e dello sviluppo.

Per questo motivo abbiamo individuato due percorsi distinti, ma sinergici: uno amministrativo e uno legislativo. Con quello amministrativo in sei mesi viene proposta una ricognizione delle procedure che possano essere eliminate o accelerate, rese efficaci ed efficienti con semplici atti amministrativi, una riforma rapida e immediata.

A questa deve seguire quella più consistente, la vera svolta della nuova regione, la Giunta si impegna a trasmettere al Consiglio regionale, entro un anno, un progetto complessivo di semplificazione e riordino di tutte le materie autonomistiche, una riforma fatta di testi unici, semplici, leggibili applicabili. A questa deve seguire un'azione forte di negoziazione istituzionale con lo Stato per riaffermare i poteri autonomistici, per rafforzarli, per aggiornarli alle nuove esigenze europee e non solo.

Una partita importante si deve giocare sul tema centrale delle risorse. Non vi può essere autonomia che si compia senza disporre delle necessarie risorse per attuarla.

In questa direzione gli obiettivi sono supportati da analisi, indicazioni legislative che devono essere rese operative su fronti innovativi non solo del bilancio, ma anche della finanza e dell'economia!

Innanzitutto una politica di bilancio attenta, oculata, responsabile. Non è pensabile che questi ultimi cinque anni la Regione abbia accumulato debiti per oltre 4 mila miliardi. Si tratta di cifre esorbitanti, e a questo si deve aggiungere che nelle casse della Regione risultano non spesi, non impegnati migliaia di miliardi. E' il controsenso documentabile che trasfonde l'amarezza di una Sardegna povera, ancora marginale nel sistema nazionale ed europeo.

E` indispensabile bonificare il bilancio, eliminare residui attivi e passivi, fittizi, rinegoziare i mutui e prevederne l'estinzione anticipata. Non è un passaggio sottovalutabile. Il coordinamento delle risorse diventa imprescindibile per promuovere qualsiasi seria azione di pianificazione. Le risorse comunitarie devono integrarsi con quelle statali e regionali, e tutte e tre devono diventare sinergiche con quelle private.

Sul versante delle entrate si apre poi un capitolo assolutamente inderogabile: la Sardegna continua a vedere sfumare migliaia di miliardi solo perchè le grandi imprese industriali, commerciali e di servizi hanno la sede legale fuori dell'isola. Sostanzialmente un'appropriazione indebita dello Stato di quelle imposte che sono prodotte in Sardegna, ma riscosse a Milano, Torino Roma e Bologna.

Per questo motivo è indispensabile attuare un'azione di sbarramento, modificando in tempi rapidi la normativa, estendendola non solo alle tasse e alle imposte riscosse in Sardegna, ma anche a quelle prodotte in Sardegna.

Per questo motivo è indispensabile aprire un confronto serrato con lo Stato su alcune partite di fondamentale importanza, sia in termini d'incentivazione fiscale e lo sviluppo, sia in termini di trasferimenti ordinari.

In questa direzione va subito affrontata con determinazione e in stretto raccordo con i parlamentari sardi, la questione relativa al Titolo terzo dello statuto a partire dal rifinanziamento del piano di Rinascita previsto dall'articolo 13 dello statuto.

La mancata attuazione dello statuto si evince da alcuni fatti emblematici: il Titolo terzo dello statuto non definisce per esempio la quota spettante alla Regione dall'imposta sul valore aggiunto, e demanda di una contrattazione annuale la definizione della quota del trasferimento. Il risultato è che dal 1995, la Sardegna, la Regione Sarda non riscuote più una lira dallo Stato per quanto riguarda l'IVA. Mancano per questo motivo dalle casse della Regione oltre mille miliardi. E, si badi bene, stiamo parlando delle cifre calcolate sul dato storico consolidato.

Un riferimento che va assolutamente modificato se si pensa che la Sardegna è in assoluto la regione che percepisce meno, tra quelle speciali appena i 3 decimi.

Occorre subito almeno raddoppiarli. Alle risorse derivate occorre comunque affiancare subito quelle private. In questi anni l'evoluzione economico-finanziaria ha portato in tutto il mondo, in Europa in particolar modo, la nascita del principio della partecipazione privata alla realizzazione d'interventi pubblici che consentissero una utile gestione economica degli stessi.

In Sardegna questo tipo di intervento non è mai stato applicato dalla Regione, e solo in alcuni sporadici casi si è verificato nelle autonomie locali. Si tratta del cosiddetto project financing, o finanza di progetto che potrebbe consentire alla Regione di realizzare un vero e proprio bilancio parallelo di risorse private, per concorrere o realizzare totalmente a proprio carico quel piano d'investimenti, attivando di fatto un percorso moltiplicatore delle risorse pubbliche attraverso quelle private.

In questa direzione si tratta di costruire una nuova frontiera dello sviluppo e degli investimenti, attraverso l'utilizzo degli strumenti finanziari più innovativi che il mondo della finanza propone.

E` un passaggio epocale per la Sardegna, dalle risorse dilapidate e rivendicate, bisogna passare alle risorse governate, coordinate e attratte.

Per questo bisogna innanzitutto promuovere un'attenta bonifica di bilancio. Oggi in qualsiasi contesto finanziario, sia pubblico che privato, è indispensabile presentarsi con tutte le carte in regola, bilanci verificati e verificabili capaci di dare garanzie sul piano degli investimenti.

I passi fondamentali da compiere sono l'avvio di procedure entro 6 mesi per la bonifica e la certificazione del bilancio della Regione, individuando soggetti terzi in grado di attivare questo processo in tempi rapidi e in sinergia con la stessa macchina amministrativa regionale.

Da questa base di partenza è indispensabile predisporre il piano operativo bilancio in project financing, un vero e proprio bilancio in parallelo. Occorre individuare tutti gli interventi sia nel campo dei servizi che degli investimenti infrastrutturali, che possono essere cofinanziati con risorse private.

Si tratta quindi d'individuare le procedure di evidenza pubblica di carattere europeo e nazionale che possano consentire l'avvio del reperimento di risorse private.

In questa direzione i fronti d'intervento possono rappresentare un'opportunità straordinaria, dalla depurazione dell'acqua alla realizzazione di parcheggi, dalla funzionalizzazione di porti e degli aeroporti, alla rete del gas. E perchè il regime del project financing possa trovare validi supporti finanziari, occorre che la Sardegna possa determinare condizioni favorevoli per un'attenta politica del credito.

Le condizioni di reale autonomia si determinano infatti sia nell'ambito interno delle entrate, sia nelle condizioni generali creditizie che vengono applicate nell'isola.

In questa direzione assume un rilievo determinante la politica del credito. In questi anni il sistema creditizio sardo è stato duramente caratterizzato sia da un'ingerenza indiscriminata del potere politico, sia dalla mancanza di un'oculata strategia regionale d'indirizzo nelle politiche del credito in Sardegna.

In pratica, la politica in questi anni si è occupata dei Consigli d'amministrazione di fondazioni, dimenticandosi della visione strategica del sistema anche alla luce dell'evoluzione internazionale del credito.

Il risultato è quello dell'assenza totale di una strategia della Regione nella politica del credito. Nel corso delle consultazioni è emersa con forza unanime una critica al sistema bancario, dal costo del denaro alle logiche antiche superate del criterio alla base del servizio, non quello della valenza dell'idea progettuale, ma quello della garanzia patrimoniale.

E` evidente che in questo caso si è finanziato il sottosviluppo facendo salire oltre qualsiasi media nazionale il livello di insofferenza bancaria, elevando automaticamente il tasso d'interesse.

Il costo del denaro oggi rappresenta in Sardegna uno dei limiti fondamentali all'autonomia e allo sviluppo.

Siamo davanti alla gestione del sistema bancario che ha trasformato l'autonomia in un cappio, che ha impedito al credito di rispondere all'esigenza di sviluppo dell'isola.

Il primo strategico obiettivo è l'abbattimento del costo del denaro, condizioni indispensabile non solo per rendere concorrenziale il sistema creditizio sardo, ma soprattutto per fornire risposte adeguate al mondo dell'impresa e dell'economia sarda in generale.

La celerità e l'efficienza, oltre che l'articolazione bancaria sul territorio, rappresentano obiettivi indispensabili per una corretta politica del credito in Sardegna. Appare evidente che la Regione debba in tutti i modi costituire le migliori condizioni possibili perchè il sistema del credito in Sardegna possa rappresentare un pacchetto di peculiarità e condizioni che ben si inquadrano nella logica dello sviluppo.

E` indispensabile utilizzare tutti gli strumenti in possesso della Regione Sarda al fine di promuovere azioni convenzionali e sinergiche con il sistema del credito in Sardegna. Azione questa che deve assolutamente fondarsi su due livelli di responsabilità e di governo: il primo è quello relativo all'intervento diretto della Regione nelle politiche del credito attraverso le proprie rappresentanze negli organi gestionali d'indirizzo delle banche e degli istituti di credito a prevalente capitale regionale.

In questo senso è indispensabile promuovere un'azione in grado d'incidere negli indirizzi strategici delle banche sarde, al fine di governarne le sinergie nazionali e non, capaci di elevare le condizioni migliorative del credito in Sardegna.

Diventa indispensabile, al fine di regolarne le azioni, promuovere un'iniziativa che possa in tempi rapidi avviare un vero e proprio protocollo di oneri del servizio pubblico per il credito, pattuendo un'azione sinergica attraverso convenzioni su tassi d'interesse, servizi e attribuzione della gestione d'incentivi regionali.

In tal senso è già stata avviata nell'ambito delle consultazioni, una preliminare verifica della fattibilità, riscontrando nelle banche sarde una disponibilità di massima.

Alle risorse derivate deve affiancarsi un intervento straordinario che sappia creare le condizioni necessarie di sviluppo, abbattendo totalmente le differenze infrastrutturali, recuperando il divario accumulato nel tempo.

Per questo motivo, è indispensabile affrontare senza ulteriori tentennamenti, la questione della zona franca.

Lo statuto autonomistico che contempla punti franchi, viene considerato da sempre un limite alla possibile applicazione in Sardegna di un regime fiscale agevolato. E' mancata, invece, la determinazione di unire le forze per creare le giuste sinergie nazionali ed europee per raggiungere l'obiettivo.

Diventa dunque improcrastinabile la creazione di uno strumento che possa favorire l'integrazione del sistema produttivo regionale con il mercato internazionale. L'obiettivo è quello di concorrere ad avviare un processo di accumulazione endogena, attraverso un riequilibrio e di un potenziamento della base produttiva regionale, orientata ai mercati internazionali.

La zona franca dovrà essere caratterizzata da un pacchetto di esenzioni riguardanti, tanto le esenzioni da diritti di confine, quanto da esenzioni da imposte dirette ed indirette.

Occorre creare uno strumento di politica economica ed efficace, flessibile, aggiuntivo, selettivo e temporaneo, aggiuntivo rispetto alle attuali agevolazioni fiscali per rappresentare un forte elemento di attuazione per capitali ed investimenti; selettivo perchè sulla base della programmazione regionale dovrebbe portare a rafforzare i settori produttivi, per i quali è necessario promuovere l'equilibrio e il potenziamento della base produttiva regionale, e che concorrono maggiormente a determinare il flusso delle esportazioni e a favorire l'integrazione nei mercati internazionali.

Entro tre mesi la Giunta regionale si impegna a proporre le opportune iniziative legislative sia al Consiglio regionale, che ai parlamentari sardi, al fine di definire congiuntamente un iter che possa, nel più breve tempo possibile, portare ad una soluzione del problema.

In tal senso si rende necessario attivare tutte le sinergie in ambito europeo, al fine di individuare percorsi autorizzativi, agevoli, al pari di quelli seguiti per la corsa. All'autonomia, essenza imprescindibile del progetto politico, deve seguire la creazione di un percorso di governo che affronti con determinazione la questione fondamentale delle precondizioni dello sviluppo. Elementi indispensabili per affermare che la Sardegna può, a pieno titolo, sostenere un nuovo processo di sviluppo capace di generare occupazione ed economia.

La Sardegna oggi paga un "gap" infrastrutturale che la colloca tra le regioni d'Italia con una dotazione tra le più basse in assoluto; un dato che la dice tutta sulla necessità di un cambio di rotta epocale, che affronti in modo infrastrutturale.

Occorre invertire la logica, non si può continuare a creare occupazione assistita, utilizzando le già esigue risorse che se ben indirizzate potrebbero creare occupazione qualificata e stabile.

E` una scelta che va assolutamente rafforzata con atti concreti e determinati, in questa direzione va disegnata una strategia compiuta per uscire dal sottosviluppo.

Il progressivo economico e sociale della società sarda, l'aumento del divario tra la Sardegna e le altre regioni italiane, in presenza di una crisi recessiva che investe tutti i paesi avanzati, in particolar modo l'Italia, rischiano di emarginare ulteriormente la nostra regione.

Tale emarginazione si presenta più drammatica nella struttura industriale della nostra isola che costituisce uno dei problemi più preoccupanti, una crisi legata proprio a quella dipendenza dai centri di poteri sui quali non possiamo agire autonomamente, perché proprio in questi settori siamo privi di qualsiasi autonomia decisionale.

La caduta, inoltre, dell'attività edilizia, che rappresenta circa il 40 per cento dell'occupazione industriale della Sardegna, ha contribuito notevolmente ad aggravare la già drammatica situazione occupativa dell'isola, ed è nella carenza dei posti di lavori che va individuato il nodo della questione sarda.

La Sardegna con 350 mila disoccupati, su un totale di 1.650.000 abitanti, ha un indice di disoccupazione che corrisponde percentualmente a più del doppio della media nazionale.

Il nodo centrale della questiono sarda è dunque la creazione di nuovi posti di lavoro. Per affrontare questo tema non servono però facili promesse, ma occorre mettere mano al problema chiave che blocca lo sviluppo con progetti seri e concreti.

Cominciamo con una dichiarazione: in Sardegna da oggi e fino ai prossimi cinque anni dovrà essere guerra alla disoccupazione, dobbiamo innanzitutto pensare a creare occasioni di lavoro per tutti, non solo perché lavorare serve per vivere, ma anche perché è un modo di esprimersi e partecipare attivamente alla società. Insopportabile è la situazione dei giovani, ma anche delle persone di tutte le età che sono lasciate ai margini del mondo del lavoro.

Come in tutte le guerre per vincere occorre un piano ed una strategia, bisogna agire contemporaneamente su due fronti: il primo riguarda il funzionamento del mercato di lavoro, il secondo il rilancio dell'economia; il principio generale è che i disoccupati diminuiscono se le aziende vanno bene e quindi hanno bisogno di produrre. Per questo motivo vengono proposte una serie di azioni straordinarie e strutturali che devono consentire la ripresa concreta dell'occupazione.

In tal senso la Giunta si propone di elaborare nei primi sei mesi un piano di dettaglio, che consenta di definire le azioni prioritarie, i settori strategici per creare occupazione stabile e qualificata, per creare occupazione, per non illudere i giovani con occasioni minimali e fittizie, occorre creare gli incentivi reali per il lavoro.

Questo obiettivo passa attraverso la realizzazione delle precondizioni dello sviluppo. La pianificazione degli obiettivi viene proposta in una scala di priorità che consenta prima di tutto di intervenire sugli obiettivi strategici, continuità territoriale per primo.

Primo elemento per qualsiasi progetto, un vero ponte, un ponte - passerella che sappia collegare la Sardegna col resta d'Europa, aprendo canali determinanti per lo sviluppo, l'innovazione e la crescita culturale.

La continuità territoriale è il nodo fondamentale da affrontare per attivare una seria azione di governo, capace di avviare un processo nuovo e moderno di sviluppo.

Per questo motivo, allegata a queste dichiarazioni programmatiche, c'è la delibera adottata dalla Conferenza dei Servizi nelle scorse settimane, convocata nei primi dieci giorni di governo che ha per la prima volta determinato una seria e compiuta proposta di oneri di servizio pubblico per la continuità territoriale aerea.

Si tratta di un provvedimento di straordinario rilievo, adottato con tempestività e senza l'ausilio delle consulenze esterne, utilizzando le risorse umane disponibili e valorizzate all'interno della macchina amministrativa regionale.

Un provvedimento che la dice tutta sulla determinazione politica e programmatica della proposta di governo, che viene avanzata al Consiglio regionale ed ai sardi tutti. Un'azione, quella della continuità territoriale, che deve essere funzionale ad un nuovo processo di sviluppo, che deve realmente segnare un inversione di tendenza. Una svolta nell'economia dell'isola, una scelta netta di sviluppo integrato che fonde sul sistema del turismo le basi essenziali per la rinascita economia dell'isola; un processo integrato che sappia valorizzare tutte le produzioni e le risorse locali, dall'agricoltura, all'artigianato, dall'ambiente, alla piccola e media impresa. Un chiaro progetto di sviluppo capace di individuare un sistema economico che ruoti su un cardine di grande valore come il patrimonio ambientale, naturalistico e paesistico della nostra isola. Occorre restituire con forza credibilità ad un progetto che vede il turismo come sistema economico integrato, capace di creare sviluppo ed occupazione.

Tra i punti dell'infrastrutturazione del territorio vi è il capitolo acqua, anche in questo caso va affrontato in termini moderni e innovativi, partendo da due fondamentali concetti: quello del risparmio idrico e l'utilizzo della risorsa. Le sinergie con gli interventi infrastrutturali si deve assolutamente puntare ad una pianificazione della continuità territoriale interna, che riguarda non solo la viabilità, ma riguarda la telematica, l'energia e la stessa pianificazione del territorio.

Sul tema delle infrastrutture, le dichiarazioni programmatiche che allego, propongo metodi, dettagli, risorse per poter compiere questo straordinario sforzo necessario per rimettere in moto lo sviluppo dell'isola.

Avrei voluto, colleghi del Consiglio, onorevole Presidente, illustrare alla più autorevole espressione del popolo sardo tutti gli ulteriori indirizzi programmatici, con riferimento all'attuazione delle azioni positive per lo sviluppo, indicando anche in aula i tempi e le modalità da seguire.

Il tempo regolamentare non mi consente di andare oltre, e rimetto a voi il documento complessivo delle dichiarazioni programmatiche. Ma consentitemi, onorevoli colleghi, una riflessione conclusiva: io so, perché ne ho colpo ovunque i segni, che questo Consiglio regionale riserverà grande attenzione al tema delle riforme costituzionali, in particolare alla collocazione della nostra autonomia speciale nel contesto del nuovo ordinamento federalista che si viene ormai delineando.

Nei giorni scorsi ho avuto modo di ribadire, davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, il nostro diritto a decidere autonomamente sulla forma di governo e sul sistema elettorale, e non di meno, a concorrere efficacemente ad ogni altra revisione dello Statuto. La materia ovviamente è affidata all'autonoma iniziativa del Consiglio regionale e al dialogo fra tutte le sue componenti politiche.

Tengo comunque ad assicurare che per quanto può competere la Giunta farà tutto il possibile per favorire e rendere fruttuoso questo dialogo. Mi sia tuttavia consentita un ulteriore considerazione: io ho difeso e continuerò a difendere con forza l'espressione "popolo sardo" contenuta nel nostro Statuto, essa ha non solo un preciso fondamento storico - culturale, ma anche il riscontro sicuro nel Comune sentire dei sardi, e proprio per queste due ragioni costituisce un valore morale e politico insopprimibile.

Il contenitore naturale del popolo sardo è l'insularità della nostra terra, ma isola e popolo costituiscono un tutt'uno, a cui bisogna riconoscere in maniera più compiuta rilevanza ed efficacia costituzionale e politica.

In questo senso la specialità del nostro Statuto è già un riconoscimento apprezzabile, ma non basta, la specialità deve assumere maggior respiro proprio ora mentre si delinea l'ordinamento federalista della Repubblica; mentre l'unita dell'Europa si consolida e si arricchisce nella diversità dei suoi popoli, mentre il mercato globale pur tra rischi rilevanti offre nuove opportunità e spalanca le porte dello sviluppo a quanti avranno il coraggio di raccogliere le sue sfide.

Allora se vogliamo un'autonomia davvero governante, in grado di guidare i processi economici e sociali interni e di collegarli ai flussi vitali della costruzione europea del mercato globale, se vogliamo questo, dobbiamo pensare e costruire rapidamente senza rotture costituzionali una soggettualità, una dimensione internazionale della Sardegna.

Nelle materie di sua competenza la regione sarda deve poter concludere accordi con Stati, e intese con enti territoriali interni ad altri Stati, europei ed extraeuropei, conseguentemente la regione sarda deve poter provvedere all'attuazione e all'esecuzione di tali accordi.

E` soprattutto su questo terreno che l'ordinamento federalista della Repubblica deve dare nuova forza alle regioni a Statuto Speciale, del resto l'insularità ed evidenti ragioni di carattere internazionale furono anche all'origine della specialità sarda, siciliana, friulana, trentina e valdostana.

La nostra collocazione geografica è una carta da giocare nella facciata mediterranea dell'Europa e nella gestione delle politiche europee verso il nord Africa e il vicino Oriente.

Il nostro patrimonio naturale e culturale, la nostra industria turistica sono altre carte per entrare in maniera originale e competitiva nel mercato globale, da poter giocare in proprio le nostre carte migliori, noi abbiamo bisogno anche di una congrua e diretta competenza internazionale.

Lo stato del dibattito nazionale sul federalismo mi fa ritenere che questo obiettivo è a portata di mano, e che noi sardi possiamo raggiungerlo in tempi ragionevolmente brevi.

Questo Onorevoli colleghi nei suoi tratti essenziali è il programma che ho voluto illustrarvi, lasciando alla documentazione allegata tutti gli elementi di dettaglio.

Ho cercato di guardare la Sardegna delle cose di ogni giorno, ma senza mai perdere di vista i nodi storici della questione sarda che ancora dobbiamo sciogliere e le grandi mete a cui dobbiamo tendere.

Ci sono tanti piccoli ponti-passerella da costruire tra l'amministrazione ed i singoli cittadini, e ci sono anche tanti altri passaggi da compier, ponti più arditi da gettare dalla Sardegna verso l'Europa, verso il mercato globale e verso la modernità. Noi possiamo realizzare questo programma e compiere questa impresa.

Scarseggiano, è vero, le risorse finanziarie, ma la Sardegna ha grandi potenzialità umane e ci si offrono notevoli opportunità interne ed internazionali.

Conosco lo stato preoccupante delle finanze regionali, però so anche che l'uso oculato di scarse risorse pubbliche, può mobilitare abbondanti capitali privati, resi disponibili dalla bassa inflazione. Possiamo mettere in campo molte risorse umane ed intellettuali, basta visitare la Sardegna, basta accendere una qualche ragionevole speranza per vedere le nostre amministrazioni locali, nelle università, nelle imprese e nel sindacato e in tutte le istituzioni spontanee della società civile, emergere una classe dirigente viva e vitale, spesso risentita ed offesa perchè esclusa dai centri di decisione, o peggio ancora, umiliata dalle prevaricazioni delle grandi clientele politiche.

Ho chiesto a questa classe dirigente di scrivere di fatto il programma di governo e di fatto l'ha scritto. Ora vorrei chiamarla a realizzare insieme a voi, ma la decisione definitiva è, Onorevoli colleghi nelle vostre bani mani, è nel voto di fiducia che potete dare o negare alla Giunta che mi accingo a proporvi.

Mi è stato rimproverato, a volte non acredine di aver voluto perdere tempo con consultazioni di facciata e taluni hanno perfino preteso che rassegnassi le dimissioni in corso d'opera.

Io non ho perso un solo minuto di tempo, ne possono testimoniare tutti coloro che ho consultato, ho soltanto fatto scrupolosamente il mio dovere interpretando, secondo la mia personale sensibilità, il compito che questo onorevole Consiglio regionale mi ha affidato ed anche onorando il voto di ben 152 mila cittadini e cittadine sardi che mi avevano indicato per la presidenza della Regione.

Conosco i limiti formali di quel voto e so benissimo che non lo si può contrapporre all'intangibile sovranità del Consiglio regionale; nessuno, comunque, può neppure disconoscere il suo valore morale e politico e, per altro, la sua complessiva valenza democratica attiene anche al prevalente orientamento presidenzialista dei nostri conterranei.

Non ho dunque mai considerato vincolante l'indicazione elettorale per la presidenza, ma credo che essa possa correttamente ricondursi a quell'ordine morale e politico che i padri della democrazia moderna chiamavano " Il dogma della volontà popolare".

Credo e ho sempre creduto in questo dogma per ciò da Presidente eletto ho ispirato la mia condotta innanzitutto alla decisione sovrana del Consiglio regionale ed accanto ad essa, alle indicazioni preesistenti del popolo sardo.

Sapevo fin dal 14 giugno che non sarei entrato in Consiglio con una Maggioranza ampia e precostituita, ma sapevo anche che allo stato delle cose e volendo rispettare l'indicazione degli elettori, difficilmente lo stesso Consiglio avrebbe potuto esprimere un Presidente ed una maggioranza alternativa, ed allora insieme agli alleati abbiamo scelto contro il rischio dell'immobilismo, contro il rischio della stessa vanificazione del risultato elettorale, di cercare una maggioranza più larga; per questo abbiamo abbandonato subito le vecchie mappe della geografia politica nazionale, abbiamo lavorato a un programma sardo, esclusivamente sardo, su cui potessero convergere ed unirsi forze autonomistiche diverse, laiche e cattoliche attente, prima di ogni altri cosa, agli interessi reali della Sardegna.

Del resto la coalizione aveva rivendicato questa connotazione con la nascita del Polo dei Sardi, con la successiva costituzione della casa comune e prima ancora con la partecipazione al Forum di Aritzo, di tutti i suoi gruppi. Fu lì nel cuore dell'isola che si delineò il progetto di una fase nuova impostata, non più sugli schemi pur rispettabili del gioco politico nazionale, ma sull'elaborazione di una proposta per il governo della Sardegna, una proposta - tengo a sottolinearlo - dotata di un programma operativo e al tempo stesso di una sua autonoma forza di volontà politica che si estendesse man mano ai comuni, alle province, al parlamento nazionale ed a quello europeo portando ovunque questa parola d'ordine: "Prima di tutto la Sardegna!".

Non si pretendeva ne si pretende da nessuno di rinnegare le appartenenze politiche nazionali e europee, semmai si chiede di utilizzarle nel rispetto dei propri ideali, e secondo il patto stretto qui in Sardegna per il naturale interesse di tutti i sardi.

Cattaneo ci insegnò che le piccole patrie possono ben convivere con le patrie più grandi per il comune progresso. Si tratta insomma di dare contenuto politico sia al federalismo che si avvicina, sia all'unità dei sardi che vogliamo realizzare.

Dobbiamo essere uniti per essere forti, dobbiamo essere forti per essere persuasivi a Cagliari come a Roma, ed a Roma come a Bruxelles. O facciamo così o siamo condannati all'emarginazione!

Il programma e la Giunta che vi propongo partono idealmente da Aritzo, con una forte ispirazione unitaria e quindi, con una totale apertura al confronto e al dialogo anche con le forze politiche più lontane presenti in questo Consiglio regionale. Dialogo tanto più necessario quando si tratta di affrontare, oltre ai problemi istituzionali, i grandi nodi della questione sociale, economica del rapporto stato-regione, della sicurezza e della legalità.

Alle forze meno lontane oso chiedere molto di e più: ora e qui alla luce del sole, se come pure avete detto, nel nostro programma c'è qualcosa per cui vale la pena di battersi, se nei nostri propositi c'è un'idea, una volontà o un entusiasmo su cui fare affidamento, allora metteteci alla prova, consentite che questa esperienza possa partire nel migliore modo possibile. Più in là, sulla base dei fatti potrete giudicarci.

Signor Presidente, onorevoli colleghi ero nato da pochi mesi quando il Presidente Paolo Dettori pose una pietra miliare sul cammino della nostra autonomia convocando nel segno dell'unità da costruire, l'assemblea dei sindaci e degli amministratori locali della Sardegna.

Oggi, a 32 anni di distanza, io sento che quell'aspirazione, il sogno unitario dei nostri padri possa realizzarsi come garanzia di sviluppo economico e di ascesa civile della nostra gente.

Non più "Pocos, locos e malunidos", bensì: "Medas, sabius e totuparis".