TONINO MARCHIO & L'ENI - STORIA DEL CALABRESE SBARCATO AD OTTANA

La pulizia più consistente l'hanno fatta sulla rete internet. Obiettivo cancellare tutto quanto c'è di scabroso e imbarazzante. Una pulizia mediatica per potersi presentare come verginelle sul proscenio del nuovo affare.

In realtà non tutto si riesce a nascondere.

In Italia è successo di tutto e di più. I rifiuti a partire da quelli industriali molto spesso sono finiti sottoterra. L'immagine che riproduciamo è simbolica di quanto è stato fatto per occultare ogni genere di rifiuti, da quello pericolosi a quelli tossici

Di tutto di più.

In questo caso lo scandalo-inchiesta che ricostruiamo era troppo ingombrante per essere messo sotto il tappeto.

E del resto il soggetto smaltente, l'Eni con consociate e rifiuti di ogni genere, ha lasciato il segno.

Quella che vi ripropongo è una delle storie giudiziarie che riguardano Tonino Marchio, l'imprenditore calabrese coinvolto nell'inchiesta di Ottana.

Era lui che si candidava a gestire con la sua società la realizzazione e gestione della piattaforma di rifiuti della Sardegna centrale.

Nell'aprile del 2016 i giudici di Potenza lo hanno individuato come uno dei protagonisti del maxi smaltimento dei rifiuti dell'Eni, in un anno smaltimenti per oltre 11 milioni di euro.

Ma non tutto era lecito, anzi.

Ecco le cronache di allora recuperate nei cassetti informatici nascosti nelle pieghe della rete:

Lamezia Terme – Un giro di affari da 11.431.850 di euro, quello del raggruppamento Ecosistem che fatturava tanto all’Eni, per il periodo che va da ottobre 2013 a novembre 2014. Questo quanto emerge dall’inchiesta della Procura di Potenza. A scriverlo è il giudice del Tribunale della città lucana nell’ordinanza che incastra vertici dell’Eni e le società ad essa correlate per un presunto traffico illecito di rifiuti.

Il meccanismo messo in atto, secondo quanto hanno ricostruito gli inquirenti, era quello di classificare come non pericolosi i rifiuti che invece erano pericolosi e, pertanto, necessitavano di un adeguato iter di smaltimento. Un iter che, dalle indagini del Noe, successivamente comprovate dal Gip che ha firmato l’ordinanza, non è stato rispettato al fine di ottenere illeciti profitti.

La classificazione “non pericolosa” dei rifiuti e il prezzo a ribasso

“Il prezzo sostenuto da Eni per lo smaltimento del rifiuto (e si badi bene per il solo smaltimento, escluso ogni altro costo: trasporto, intermediazione, ecc. ecc), - scrive il giudice - arbitrariamento caratterizzato con il citato Cer (161002), era pari – per la quasi totalità dei casi – ad euro 33, 01 per tonnellata […]”. Il codice Cer è quello che determina la pericolosità di un rifiuto e, quindi, la sua classificazione. Secondo quanto accertato dagli inquirenti il meccanismo era quello di classificare tutti i rifiuti con lo stesso codice di “non pericolosità”, affinchè ci fosse un abbassamento netto dei costi.

“Da sottolineare –si legge nell’ordinanza - è il dato che nei servizi resi dai due raggruppamenti non vi era alcuna distinzione sia di tipologia che di costo tra i due rifiuti provenienti dalle vasche V560 –Ta-002 e V560-TM-001 poiché entrambi venivano inviati presso gli impianti di smaltimento con il CER 161002 (caratterizzato “non pericoloso”) e contabilizzati in egual modo, eccezion fatta per pochi conferimenti per cui a seguito di verifiche interne di laboratorio […] venivano contabilizzate con altre fasce di prezzo (come nel caso delle c.d. “Acque oleose fortemente contaminate fascia A e B”)”.

Per quantificare a quanto ammontasse quello che nell’ordinanza viene definito “illecito guadagno”, i carabinieri del Noe hanno effettuato diverse verifiche di riscontro, “acquisendo - viene specificato – alcuni preventivi presso diversi operatori […] con lo scopo di accertare quale sarebbe stato il prezzo da costoro praticato per il solo smaltimento dei rifiuti, nel caso in cui fossero stati caratterizzati con i codici Cer evidenziati dai consulenti tecnici (19 02 04 e 13 05 08) (rifiuti pericolosi, ndr)”.

Se l’Eni e le società coinvolte avessero classificato correttamente i rifiuti, il costo per tonnellata si sarebbe dovuto aggirare, secondo quanto stabilito dai preventivi presenti nell’ordinanza, per il primo codice tra i 40 e i 90 euro per tonnellata, per il secondo “160 euro per tonnellata il prezzo del conferimento del rifiuto”. Questo modus operandi ha permesso che l’Eni potesse arrivare ad un risparmio “già per il solo periodo compreso tra settembre 2013 e settembre 2014 che, per come emerge dal calcolo del Pm è compreso tra euro 34.164.040 ed euro 76.869,090”.

Il fatturato del Raggruppamento Ecosistem

Nelle carte dell’ordinanza, il giudice elenca nel dettaglio spese e guadagni delle società coinvolte e, nel caso specifico della Ecosistem di Lamezia Terme, si legge: “[…] Nel raggruppamento Ecosistem ciascuna delle società che lo costituivano fatturava la propria parte di competenza direttamente ad Eni. I rispettivi valori possono così essere riassunti: la Ecosistem, per il periodo ricompreso tra ottobre 2013 e novembre 2014, emetteva fatture nei confronti di Eni per un importo complessivo pari a circa 6.229.709,72 euro (importo in cui sono ricompresi gli emolumenti corrisposti ai vari sub-appaltatori). Le società Econet e Pronto Interventi Sida di Butera F., così come riportato nei ticket, fatturavano nel medesimo periodo di riferimento rispettivamente circa 3.087.363,00 e circa 2.114.679,96 euro. Per il raggruppamento Ecosistem il fatturato totale ammontava ad euro 11.431.850 euro”.

I rifiuti arrivati nell'impianto Econet nell'area Ex Sir

L’impianto di smaltimento della Econet di Tonino Marchio, che si trova nella zona industriale di Lamezia Terme, avrebbe visto passare nel suo impianto, solo nel 2014, più di 68 mila tonnellate di rifiuti considerati pericolosi ma non classificati, dalle società, come tali, mentre nel 2013 circa 15mila: “Negli anni 2013 e 2014 – scrivono nell’ordinanza - sono stati conferiti presso la piattaforma polifunzionale di trattamento rifiuti pericolosi, sita in Lamezia Terme, presso località San Pietro Lametino Z.I. della società Econet srl, i contenuti di rifiuto liquido proveniente dalle vasche V560 TA002 e V560 TM001 del COVA di seguito indicati:

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“Entrambe le tipologie di rifiuto, - scrivono gli inquirenti - sono state conferite presso l’impianto lametino utilizzando il codice CER 16 10 02. Anche in tal caso - aggiungono - sulla scorta di quanto accertato dal consulente Sanna, si evidenzia che i rifiuti provenienti dalle due vasche dovevano essere caratterizzati con i codici CER 19 02 04,(miscugli di rifiuti contenenti almeno un rifiuto pericoloso) e 130508 (miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione acqua/olio), entrambi pericolosi”.

La mole di rifiuti prodotta da Eni, viene definita dagli inquirenti “immane” e che per smaltirla “è stata creata una vera e propria organizzazione che, seppur formalmente inquadrata nei due contratti stipulati da Eni rispettivamente con i Raggruppamenti Temporanei di Imprese Ireos e Ecosistem (per cui anche con le società mandanti e mandatarie nonché sub-appaltatrici), di fatto è finalizzata al traffico illecito dei rifiuti”. Per quantificare la mole della situazione il giudice aggiunge altri particolari: “Al fine di avere un’idea della movimentazione di uomini e mezzi posta in essere, suall base di 30 tonnellate per singolo conferimento utilizzato, in totale sono stati utilizzati circa 19.000 automezzi per altrettanti conferimenti”.

Il rapporto instaturato tra la Eni e le imprese è, secondo il giudice, “Seppur coperto da un apparente velo di legalità costituito dai contratti stipulati tra la committente Eni ed i Raggruppamenti temporanei di Imprese Ireos e Ecosistem, si ravvisa un vero e proprio traffico illecito di rifiuti”.