Baronia, per il potabilizzatore si sono dimenticati la strada

Le vie del Signore sono infinite, ma quelle terrene se non le prevedi devi arrivarci con l’elicottero.

Il caso è di quelli da avanspettacolo, da comicità sarcastica, se di mezzo non ci fosse la vita quotidiana di decine di migliaia di cittadini e di altrettanti turisti.

Il caso è quello dell’acqua della Baronia. Da anni non potabile, come se fosse un dettaglio nella qualità della vita.

Nel 2003, pianificando il governo delle risorse idriche, prima di lasciare dopo appena venti mesi la guida della Regione, approvai il piano d’ambito della Sardegna: strategia, progetti e finanziamenti.

Molte opere ero riuscito a farle, lavorando per la prima volta giorno e notte, ma altre le avevo pianificate e finanziate. Tutto con i poteri commissariali, per fare più in fretta.

Tra queste finanziai, con uno stanziamento di 19 milioni di euro, la realizzazione del grande potabilizzatore per la Baronia, da Torpè sino ad Orosei, passando per Posada e Siniscola.

Era il 2003.

Sono passati 15 anni. Un’eternità senza acqua potabile, nonostante i soldi siano stipati da oltre un decennio nei cassetti della Regione.

Nonostante siano stati fatti, tardivamente, anche gli appalti, di quell’opera non v’è traccia.

Vai sulla sponda del Fiume Posada, a valle della diga di Torpè, dove sarebbe dovuto sorgere il potabilizzatore e ti trovi davanti un’immensa collina con qualche radura di cisto e lentischio. Nulla più. Nemmeno un chiodo.

Decido di vederci chiaro. Prendo in mano le carte.

In regione sono lenti è vero, ma a volte le catastrofi naturali sono niente al cospetto dell’incedere di certa classe politica.
Se uno legge la sequenza delle passeggiate di assessori e quant’altri da Torpè in su si rende conto di quanto sia più preoccupante una visita di Maninchedda e compagni che un’alluvione improvvisa.

Se uno legge le affermazioni fatte negli ultimi 5 anni, e mi fermo a queste, capisce perché la Sardegna ha raggiunto il triste primato delle opere incompiute. Incapaci, incompetenti e soprattutto menefreghisti.

Nei comuni non sono andati per risolvere problemi ma per esercitare l’antica pratica dell’abigeato, portar via un sindaco o un assessore a quello o quell’altro.

Abigeatari di professione. Inconcludenti senza appello.

Il caso del potabilizzatore della Baronia è la pietra miliare.

E le carte, silenziose e nascoste, parlano come un usignolo di città, senza il riverbero delle montagne.

Nel 2013, dopo l’affidamento dell’appalto della realizzazione dell’opera avvenuto nel 2011, una determinazione dell’autorità d’ambito mette nero su bianco: è obbligatorio inserire una modifica progettuale la strada d’accesso all’area dove deve sorgere l’impianto con la conseguente individuazione delle aree da espropriare.

Comeeeee??? Hanno fatto l’appalto e il progetto senza la strada d’accesso all’area dell’impianto?

Siii, esattamente! Pensavano di arrivarci con l’elicottero, magari prevedevano già l’estensione dell’appalto dell’elisoccorso, questa volta soccorso dalla valanga del ridicolo!

Quando l’imposizione scontata della strada viene messa nero su bianco scorre l’anno del Signore 2013, esattamente l’11 aprile.

Or dunque 5 anni fa! Quasi 2000 giorni, duemila, che passano invano.

Siamo al marzo del 2018, esattamente 6 giorni dopo l’inizio del mese.
A scrivere questa volta è un altro scienziato: il presidente della Regione, in carica da oltre 4 anni.

Abbanoa, scrive il capo supremo di questa armata Brancaleone, si è dimenticata di prevedere lo stradello d’accesso, l’opera di presa e la stazione di sollevamento.

Come dire: non sanno come arrivarci, non sanno dove collegare l’impianto alla diga e si sono dimenticati che l’acqua non sale ma scende.

Per questo gli restituiscono un milione e fischi che prima gli avevano tolto perché avevano dichiarato che erano inutili.

Ecco, tutta qui la triste e ridicola vicenda di migliaia di persone senza acqua potabile.

Una classe dirigente incapace di prevedere una strada d’accesso per un’opera che deve realizzare ex novo, che si dimentica di collegare l’acqua all’impianto futuro e soprattutto sfida la forza di gravità dimenticandosi persino la stazione di sollevamento.

Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. E non poco.

E poi, quando mi chiedono perché ho trasmesso gli atti alla procura, mi viene spontaneo rispondere: le barzellette sono finite!