DALLA DIGA DI MOSUL ALL'AEROPORTO DI ALGHERO

Quando per la prima volta entrai nei tunnel segreti di Guardia del Moro, nell'isola vietata di Santo Stefano, non credevo ai miei occhi. Era il 29 settembre del 2014.

Ingresso blindato, uomini armati sino ai denti. Tenuta da guerra vera. Presidio attivo giorno e notte. Occhi sbarrati, sembianze da Barbagianni, il superpredatore notturno che non usa raggi infrarossi per scrutare ogni cellula umana che si muove all'orizzonte.

Qui, nel cuore dell'arcipelago di La Maddalena, ci sono più armi ed esplosivo di tutta l'Italia messa insieme.

L'orizzonte è da star trek. Città sotterranea. Carica di dinamite, nel vero senso della parola.

Mi accompagna il capo di Stato maggiore della marina. Proprio lui, quello finito nelle intercettazioni sull'acquisto di qualche barchetta da guerra per la modica cifra di 5 miliardi di euro. Preciso: 5.000 milioni di euro.

Ha ordini ben precisi. Farmi vedere il meno possibile. Dal gabinetto di guerra del ministro non vogliono seccature. Non mi spogliano perchè usano un metal detector potentissimo.

Niente oggetti metallici, la scusa è la detonazione. In realtà l'obiettivo è nascondere tutto, e quel poco che ti fanno vedere poterlo smentire in qualsiasi momento.

Li lascio fare. Sino a quando non fornisco coordinate precise.
Vorrei vedere il tunnel n.x. Mi rispondono con un "non c'è granché". Depistaggio d'ordinanza.

Il tunnel n.x., uno dei tanti qui dentro, è una città mercato, 50 metri di lunghezza, 20 di larghezza. Non vendono frutta e verdura. Pieno zeppo, sino alla volta ricurva della centina di copertura, di casse in legno invecchiato.

Se non avessi immaginato il contenuto avrei pensato ad una grande riserva di Stato, cantina di champagne e spumanti selezionati.

Le infinite casse di ciliegio sono chiuse con chiodi da 8. Sigillate. Chiedo di poter vedere l'interno. Me ne basta una, tranquillizzo gli ufficiali.

Il generale comandante dispone. Non so esattamente cosa siano, ma all'interno di quella cassa in legno, non ci sono petardi per capodanno.

Sono fucili mitragliatori Ak 47 Kalasnhikov, sei per ogni cassa. E le casse sono centinaia, con dentro migliaia di fucili sequenziali. Fatti piangere, insieme a lanciagranate Rpg, missili anticarro Fagot e razzi Katyuscia , al petroliere russo Alexander Zuchov e custoditi da vent’anni nelle riservette della polveriera sotterranea di Santo Stefano.

Guarda caso sono i mitra che il governo italiano ha deciso di "donare", con un'operazione da James Bond, tutta sottobanco, ad un esercito regionale, di un quasi Stato, nel nord dell'Iraq.

Il generale smentisce, con l'aplomb del bugiardo incallito.

Salta il tragitto della gita programmata, sino a sbattere, lungo il tunnel d'uscita, addosso a decine di palets pronti a partire.

Cellofan industriale, trasparente al punto giusto per riconoscere le casse di foggia russa, quelle dei Kalasnhikov.

Chiedo dove siano dirette. Mi rispondono in codice: destinazione secretata.

Non importa. Un codice a barre lo ha impresso in ogni carico: aeroporto di Erbil, Kurdistan. Nord dell’Iraq, uno Stato quasi indipendente, con tanto di esercito: i famosi peshmerga che da anni combattono sul campo lo Stato islamico.

La conferma della missione è stampata in quella etichetta inequivocabile: aeroporto di Erbil, a due passi dalla diga di Mosul.

L'invaso pieno d'acqua per il quale lo stato italiano ha dispiegato in Iraq ben 500 militari a protezione della diga.

Lago d'acqua divenuto simbolo dell’indipendentismo curdo.

Per i curdi, controllare la diga non significa solo avere acqua per i campi ed elettricità, ma anche controllare un simbolo identitario.

E non è un caso, da quando lo Stato islamico ha fatto la sua comparsa in Medio Oriente, che la prima cosa che ha fatto è stata quella di impadronirsi della diga, riuscendoci per sole due settimane nell’agosto del 2014.

Dighe e aeroporti. Proprio così, difesa di identità e libertà, vita e futuro.

E' una costante. Un esercito nemico, militare od economico, pianifica l'invasione puntando su acqua e aerei. Sete e libertà di movimento.

E' successo in Libia con l’aeroporto di Tripoli finito nelle mani dei jihadisti. E' successo in Crimea, per l'aeroporto di Sinferopoli, circondato in quattro e quattr'otto da militari armati senza bandiera al petto. Solo per richiamare gli ultimi in ordine di tempo.

Ogni azioni criminale contro uno Stato, contro un popolo, ha una scaletta precisa: occupare, espugnare dighe e aeroporti.

Lo schema è analogo nell'isola di Sardegna.

Dopo aver tentato con l'Enel di fregarci le dighe, utili per produrre gratis energia da rivenderci a caro prezzo, ora ci tentano con l'altro simbolo dello sviluppo, dell'indipendenza: l'aeroporto di Alghero.

I metodi non sono cruenti come quelli jihadisti ma l'Alitalia non disdegna il sequestro di un popolo pur di occupare di fatto militarmente la Sardegna. E del resto i Sardi non hanno i Kalasnhikov di Stato per difendersi.

La differenza tra il Kurdistan e la Sardegna è sostanziale.

Lì sparano per difendere i beni essenziali, qui la classe dirigente si costituisce, prona senza dignità alcuna al nemico che vuole impossessarsi di un potente strumento di libertà e di crescita, appunto un aeroporto.

Curdi da una parte, codardi dall'altra.

Inutile spiegargli che in un anno hanno fatto perdere all'aeroporto di Alghero, secondo le loro proiezioni, 399.000 passeggeri, ovvero almeno 200.000 arrivi in meno.

Se ogni passeggero avesse speso in Sardegna almeno 500 euro il risultato sarebbe elementare: sono mancati all'appello 100 milioni di euro.

Traduco: se applicassimo un ritorno fiscale per la Regione di un minimo del 10%(l'iva è al 22% e la Sardegna ne recupera il 90%), vuol dire che nelle casse della regione sono venuti meno 10 milioni di euro di entrate fiscali, in un solo anno.

Provo a suggerire: con i soldi che abbiamo perso avremo ricapitalizzato integralmente l'aeroporto di Alghero, lo avremo tenuto saldamente in mano pubblica per gestire sviluppo, crescita e indipendenza.

Quella che si persegue, invece, è una visione bislacca: la regione ottiene il pesce oggi,qualche milione di euro, cedendo ad altri la canna da pesca decisiva per il domani, rinunciando a centinaia di milioni di indotto e sviluppo.

A Mosul difendono l'acqua con i Kalasnhikov, in Sardegna svendiamo la libertà, la libertà di movimento, senza colpo ferire agli speculatori di turno.

Rinunciamo alla canna da pesca, abdichiamo alla nostra libertà in cambio di prebende, pacche sulle spalle e servilismo di partito.

Sino a quando anche i Sardi non reagiranno, per difendere la libertà e il futuro.

Se non per loro, per i loro figli!