ANTONIO ATTIANESE E' MORTO. OMICIDIO DI STATO. L'ENNESIMO

LA DRAMMATICA STORIA DEL CAPORALMAGGIORE TRADITO E UCCISO DALLO STATO
IERI CI HA LASCIATI UN UOMO CORAGGIOSO. AVEVA DENUNCIATO CHI GLI VOLEVA TAPPARE LA BOCCA.

E' il 15 marzo. Anno del Signore 2017. Quando Antonio Attianese varca la sala della commissione d'inchiesta Uranio Impoverito della Camera dei Deputati il silenzio è gelido. Spettrale.

Quel ranger del Corpo alpini riprodotto poderoso e forte nelle immagini dei social è una larva umana. Cammina lento, accompagnando i passi con lo spirito con il quale ha vinto tante gare. Accenna un sorriso. Mesto. Si siede. Rivolge lo sguardo fisso a quelle pareti intrise di segreti. Guarda, fisso, negli occhi ognuno di noi. Porta alle sue labbra un goccio d'acqua. Ammette che non sta bene e chiede di scusarlo!

35 interventi chirurgici, per un maledetto tumore. Male incurabile con nome e cognome: tungsteno. Microparticelle aspirata e respirata in guerra. Lo ha stabilito con precisione assoluta una delle maggiori scienziate al mondo, la dottoressa Gatti.

Non si sfugge a quel riconoscimento genetico del male. Quel devastante incedere della morte ha il codice di quella nanoparticella che resta in circolo anche per lungo tempo e poi esplode. E devasta.

La storia di Antonio Attianese non la voglio raccontare io, preferisco affidarla alle sue parole, quelle ultime parole in commissione in cui chiedeva, una volta morto, di non lasciarlo solo.

Era consapevole. Drammaticamente consapevole. Anche se sperava nel miracolo

Lo Stato, vigliacco, lo ha esposto a quelle polveri senza proteggerlo, senza precauzione alcuna. E quando si è ammalato lo hanno intimorito, minacciato: se parli perdi tutto!

Ho il dovere di pubblicare oggi e qui quelle ultime parole di quel giovane padre e marito esemplare, servitore dello Stato.

Ucciso dal suo datore di lavoro.

Ieri Antonio Attianese, a soli 38 anni, ci ha lasciati. Ha lasciato la sua coraggiosissima moglie e due figli di 5 e 6 anni. Loro ignari, ma non all'infinito.

Ha perso la vita. Ucciso. Ucciso da uno stato che divora impunemente la miglior gioventù.

Ripropongo la sua drammatica testimonianza e alcune delle domande che rivolsi ad Antonio, un servitore dello Stato ripagato con la morte e con l'ignavia, con la vigliaccheria di chi voleva mettere tutto a tacere.

Questa sua testimonianza e le risposte alle mie domande sono molto di più di un testamento. Sono il più sincero e autentico atto d'accusa per un vero e proprio omicidio di Stato. L'ennesimo.

ANTONIO ATTIANESE C.le magg. Sc. Questa volta, grazie a voi sono senza paura e con la consapevolezza di essere tutelato per quanto mi è accaduto durante il periodo di vita donata alla mia patria.

Sono un ex militare ranger del Corpo alpini paracadutisti. Ne sono fiero, e lo sono ancora, anche se purtroppo non sono più in servizio. Ho fatto due missioni in Afghanistan e mi sono ammalato al rientro.

Mi permetto di precisare alcune cose. Non sono qui a chiedere soldi o benefìci, anche se ho ottenuto solo in parte quello che mi spetta per legge. Non sono qui a chiedere nessuna vendetta per come sono stato trattato dai miei superiori, perché so che non sono tutti uguali. Sono pochi quelli che minano la credibilità di tanti colleghi professionisti.

Soltanto dopo le mie vicissitudini personali e la malattia, ho iniziato a seguire tutto quanto. Si diceva su giornali e TV di lavori precedenti della Commissione. Questa Commissione e la ritrovata attenzione della trasmissione televisiva come Striscia la Notizia mi hanno suggerito che adesso è il miglior momento per parlare e portarvi le prove di quello che accade in alcune caserme, quando tanti colleghi si ammalano rientrando dalle missioni.
Non ho mai saputo della pericolosità dell’uranio impoverito. Non ho mai saputo che in zone devastate come quelle in cui ho operato, oltre a difendersi dalla situazione di guerra, c’era anche da difendersi da questo nemico invisibile.

Quando chiedevamo spiegazioni ai nostri superiori di alcune notizie che sentivamo in radio, TV o leggendo sui giornali, ci veniva detto che erano sciocchezze inventate per andare contro il Governo, contro i militari e contro gli americani. Fino a prima che mi ammalassi, ero convinto anch’io che l’uranio fosse solo una storia inventata per non mandarci in missione. Signor presidente e onorevoli, se non andiamo in missione, non riusciamo a mantenere la nostra famiglia, perché sappiamo che purtroppo lo stipendio che prendiamo è misero.

Molte volte ci siamo sentiti dire, io e i miei colleghi, che se volevamo andare in missione per avere un po’ di soldi da mandare a casa, dovevamo pensare a lavorare e a non creare problemi con malattie o sciocchezze che si sentivano in TV. Purtroppo, per queste sciocchezze mi sono ammalato. Quando ho provato a pretendere solo che venissero rispettati i miei diritti, sono stato minacciato e mi hanno anche fatto sentire in colpa di essere ammalato.
Sapevo che era ed è vietato parlare di uranio impoverito o di pericolosità ambientale. In tutte le note di ingaggio che ci si consegnavano e ci ordinavano di rispettare, suggerivano di non parlare o di dare notizie obiettivamente false. Di quanto ho detto, avete sentito solo parte durante la mia intervista a Striscia la notizia: mi sono permesso di consegnarvi tutta la registrazione, non perché voglia vendicarmi di quei poveri giovani ufficiali, ma solo per portarvi a conoscenza di una situazione che dura ormai da anni.

Non abbiamo informazioni, dobbiamo tacere sulle nostre malattie e, se proprio dobbiamo chiedere qualcosa, dobbiamo affidarci all’amministrazione senza alcun intervento di avvocati relativamente a quello che purtroppo è successo a me.

Spero che la mia testimonianza possa essere utile al vostro lavoro e che possiate scoprire la verità, non perché questa mi possa guarire o possa guarire le altre migliaia di colleghi malati, ma perché possiate intervenire e restituire a noi militari e a tutto il popolo italiano un Esercito degno della nostra Italia.

Mi sono arruolato il 15 aprile del 1998, già con la fissazione di reparto operativo, quindi ho fatto subito le selezioni per andare nel all’epoca IV Battaglione alpini paracadutisti. Fui scelto per frequentare il corso ranger, forze per operazioni speciali. Dopo circa un anno, conclusi l’iter, mi qualificai come ranger, e fui anche uno dei primi. Come numero di brevetto ho 020, quindi sono stato il ventesimo a qualificarmi nel 2001, c’è anche l’attestato all’interno.
Fui poi inviato per la prima missione in Afghanistan, ISAF, International Security Assistance Force, a Kabul, dal 5 maggio 2002 al 4 settembre 2002. C’è l’attestato all’interno. La seconda missione, dal 20 febbraio 2003 al 20 maggio 2003, fu in Afghanistan, denominata «Enduring Freedom». All’interno c’è sempre l’allegato.

Al rientro dalla seconda missione – ero uno dei più allenati – si doveva partecipare ai CaSTA, un campionato sciistico delle truppe alpine fatto ogni anno per tutti questi reparti. Non fui fatto idoneo per tracce di sangue nell’urina. Mi consigliarono di fare un’ecografia addome completo, dove riscontrarono che avevo un tumore vescicale di ben 3-4 centimetri. All’interno c’è anche la prima cartella clinica dell’ospedale in cui fui operato. Inoltre, ci sono i verbali della CMO, in cui avvisarono anche il reparto di cosa ero ammalato. Dico questo, perché vi accorgete del perché.
Feci un’ecografia, il cui esito mi fece diagnosticare un tumore vescicale. Da questo momento, iniziò per il sottoscritto un calvario psicofisico e burocratico.

Nel gennaio 2004, ci fu il primo intervento, nel maggio 2004 il secondo intervento, nel settembre 2004 il terzo intervento, nel maggio 2005 il quarto intervento. Fino alla fine del 2005, collezionai circa 11 cartelle cliniche. A oggi, siamo a 100 cartelle cliniche e 35 interventi subìti. All’interno ci sono tutti gli interventi più grossi che ho avuto, esportazione della vescica, metastasi polmonare, deviazione vie urinare, nefrostomia permanente e così via. La lista è lunga, purtroppo, con chemio e cose varie…
Durante tutto questo periodo, nonostante la mia caserma e il mio comando fosse a conoscenza – per questo, ho detto del primo verbale della CMO di Caserta che inviarono, quindi erano a conoscenza della mia patologia – non ricevetti nessuna telefonata, nessuna cura, nessuna assistenza, né per me né per la mia famiglia.

Solo attraverso un ex sottufficiale della Maggiorità e Personale, attualmente in pensione, venni a conoscenza della circolare n. 6584, per il trattamento delle pratiche assistenziali e previdenziali del personale militare, che è all’interno.

Questa circolare prevede il monitoraggio della malattia e l’assistenza sia burocratica sia economica in quanto grave patologia. Il tutto doveva essere avviato d’ufficio quando dichiarai la mia patologia. Ovviamente, riferii tutto al capo ufficio Maggiorità e Personale, all’epoca il capitano Crocco Angelo – penso che adesso saranno tenenti colonnelli, stiamo parlando del 2005 – chiedendo almeno il rimborso delle spese. Essendo in cura in un ospedale civile, a me interessava il su e giù, il calvario della mia famiglia, che mi veniva ad assistere. All’epoca, mi operavo all’ospedale di Padova e, sapendo di questa circolare e che c’era parte di rimborso di queste spese più questo famoso monitoraggio… ma non mi è mai stato fatto.
Chiesi a Crocco Angelo almeno il rimborso delle spese fino al momento sostenute. Mi invitò a recarmi in amministrazione per ricevere istruzioni al riguardo. In amministrazione mi risposero, però, che non avrebbero potuto risarcire nulla, in quanto io non ero più in possesso di eventuali ricevute di pagamenti.

Deluso e debole sia per la malattia sia per la lotta che dovevo fare per ottenere i miei diritti, gli dissi: «A questo punto, mi devo solo rivolgere a un avvocato per spiegare la mia situazione e cercare di risolvere». Il capo ufficio amministrativo mi rinviò rispondendomi: «Ti faccio sapere più tardi».
Al termine dell’orario di servizio – attenzione a questo – appena il comandante lasciò la caserma, fui convocato a rapporto dal capo Maggiorità e Personale, ruolo all’epoca rivestito dal capitano Crocco Angelo. Notai una situazione un po’ strana e, a questo punto, presi il telefonino, lo accesi e registrai. In quel momento, in quell’ufficio erano presenti lui e altri due ufficiali: capitano Crocco Angelo, capitano Danieli Davide e capitano Diomajuta Giovanni. Anche questi altri due saranno adesso tenenti colonnelli.
Insospettito, mi premunii di accendere il telefono per registrare la conversazione. Le minacce e le intimidazioni ricevute sono tutte riportate nel file voce che vi consegno. Se volete sentire qualcosa, ho i file, i punti più importanti, e ho anche riportato su carta le varie diciture. Se dopo vorrete… Ci sono un po’ di parole anche un po’ forti, quindi non so...
Ovviamente, le minacce e le intimidazioni sono tantissime e, vi prego di credermi, sono state devastanti, mi hanno provocato un dolore e un malessere forse peggio della malattia, perché in quel momento ho capito che, oltre a non rappresentare nulla per i miei superiori, se la malattia mi avesse portato via, la mia famiglia e i miei figli sarebbero rimasti soli.
Oltre all’aspetto psicologico, quest’atteggiamento mi ha provocato un danno economico non più risanabile, in quanto quest’ostruzionismo ha fatto decorrere i tempi utili per richiedere causa di servizio ed equo indennizzo. Purtroppo, essendo, in base alla circolare, ammalato di tumore, quindi di patologia grave, d’ufficio doveva essere fatta questa domanda di causa di servizio ai fini dell’equo indennizzo entro sei mesi dal riscontro della patologia. Essendo arrivati alla fine del 2005, da gennaio 2004, erano passate le tempistiche. Alla fine del 2005, quando venni a sapere un po’ di questa situazione, feci io la domanda di causa di servizio, purtroppo nei tempi trascorsi, quindi ho perso questo beneficio. All’interno c’è anche la lettera, con protocollo 6929, in cui mi viene rifiutato questo beneficio.
A oggi, ho percepito una tantum solo per il 40 per cento di invalidità della mia patologia. Non so come hanno fatto a darmi, nelle mie condizioni all’epoca, per una patologia non stabilizzata, il 40 per cento. Non lo so come hanno fatto. All’interno, infatti, c’è il verbale n. 2391 del 20 maggio 2010.

Percependo un assegno vitalizio che ancora non è stato adeguato alla legge vigente in materia di vittime del dovere, alla mia richiesta di adeguare l’invalidità prevista dall’amministrazione a quella che invece mi è stata effettivamente riconosciuta, mi è stato risposto che non mi spetta nulla, nulla più mi è dovuto. All’interno c’è la lettera dell’08 febbraio 2017, dove viene il diniego di questa situazione. Si sono rivelate tante ingiustizie una appresso all’altra nei miei confronti.

Rischiare di morire nelle operazioni a me ordinate fa parte del mio dovere, che cerco di assolvere con serenità e passione. Tutelare la mia famiglia e i miei figli, se muoio per l’esercito, dovrebbe essere un dovere per il mio Stato. Resta il fatto che non solo non sono stato monitorato, così come previsto, e con me altri commilitoni, intimoriti e impauriti da possibili ritorsioni – all’epoca, avevo una divisa, ero un semplice caporal maggiore, quindi invece di essere tutelato da questi ufficiali, vieni trattato in un determinato modo, quindi hai un timore al riguardo. Sentendo le registrazioni, ve ne accorgerete pure voi.

Sono stato lasciato solo e disperato, con la paura del domani e del futuro dei miei figli. Queste incertezze voglio consegnare a questa spettabile Commissione. Non credo sia giusto che, dopo una vita come la nostra, donata incondizionatamente alla patria, sofferenze come le nostre debbano essere nascoste per paura e vergogna e, nella migliore delle ipotesi, mascherate per coprire colpe non nostre.

Io sono certo dell’onestà della maggior parte dei miei comandanti, così come è certo che il Governo e le istituzioni non sanno la verità. Non conosco quanti di noi si nascondano e si vergognino di essere malati. Sappiamo che le munizioni all’uranio fanno male e sappiamo pure che, se non andiamo all’estero a rischiare di ammalarci, le nostre famiglie non saranno in grado di sopravvivere. Vi prego, signori onorevoli e signor presidente, quando moriamo almeno non lasciateci soli.

MAURO PILI. Presidente, voglio rivolgere al C.le maggiore sc. Antonio Attianese le mie espressioni di stima per l’importanza di questa sua testimonianza oggi in Commissione. Una testimonianza che ribalta molte delle affermazioni che sono state rese qui da pseudo-autorevoli rappresentanti della Difesa.

Vorrei rivolgere al Caporal Maggiore una prima domanda: dopo le dichiarazioni rese a Canale 5 e dopo la registrazione mandata in onda, lei ha avuto contatti con esponenti della procura della Repubblica, con qualche magistrato?

ANTONIO ATTIANESE C.le magg. Sc. No. Con nessuno. Tanti amici, che non si immaginavano le mie condizioni, ci sono rimasti a vedere delle foto un po’ forti della mia situazione sanitaria, perché non se la immaginavano. Sapevano che non stavo bene, ma non in queste condizioni. Con questi enti che lei ha menzionato, no, con nessuno.

MAURO PILI. Lei ha raccontato dei brillamenti che avvenivano nelle aree limitrofe alla base: da chi venivano ordinati? C’era qualcuno a capo dei brillamenti?

ANTONIO ATTIANESE C.le magg. Sc. Penso di sì. C’era il reparto artificieri. Purtroppo, durante i pattugliamenti e altro, si trovavano degli ordigni sul ciglio della strada, mine antiuomo, mine inesplose, mine anticarro e vario genere o anche sequestri di armi, tipo RPG, tutte queste cose qua. Si portavano in questo campo, dietro… Mi ricordo che proprio di fronte all’OP5, se ricordo bene, il punto di osservazione per fare la guardia – a turno, facevamo questa guardia – dietro quest’avvallamento si facevano brillare questi ordigni per evitare delle schegge, ma si alzava un polverone enorme. Il vento – purtroppo, sappiamo che l’Afghanistan è un posto ventoso – tutto verso la base… Lì respiravamo tutto il mondo.

MAURO PILI. Venivano fatti degli scavi per fare i brillamenti o veniva fatto in superficie?

ANTONIO ATTIANESE C.le magg. Sc. Non lo so. Questo non lo so, perché erano dietro a dei montarozzi per evitare delle schegge. Non lo so, perché non ero un artificiere.

MAURO PILI. C’erano delle ruspe, dei mezzi meccanici, che lei ricordi?

ANTONIO ATTIANESE C.le magg. Sc. No, non ricordo questo.

MAURO PILI. Lei è a conoscenza di altri colleghi che hanno avuto patologie simili alla sua?

ANTONIO ATTIANESE C.le magg. Sc. Da quando ho scoperto la mia patologia, ho avvisato tutti i miei colleghi che sono stati due volte in Afghanistan con me: «Ragazzi, non trascurate la cosa, dato che abbiamo respirato le stesse schifezze. Purtroppo, a me è capitato tutto ciò, ma non è detto che deve capitare anche a voi, ma ogni anno fatevi un controllo specifico, perché prevenire è meglio che curare».
A volte, è brutto dire a una persona… ma mi sentivo di dirlo: «Ragazzi, purtroppo abbiamo respirato le stesse sostanze. Un domani, anche a voi potrebbe succedere una cosa del genere, quindi non sottovalutate la cosa».
Da quello che so, attualmente no, ai miei colleghi mi sembra che non sia successo niente, poi non lo so. Per adesso…