Silenzio, mai...

Con certezza assoluta il mio legale, il brillante e stimato Pasqualino Federici, boccerebbe senza appello queste mie riflessioni.

Lui di professione da una vita fa l’avvocato e conosce mirabilmente le regole del mestiere. Io, invece, pur facendo da una vita l’imputato, non conosco le regole del delinquente.

Stamane, nel processo che mi vede imputato per l’ingresso in carcere accompagnato dall’editore dell’Unione Sarda e da Gigi Riva, il pubblico ministero ha chiesto la mia condanna ad un anno di reclusione. Un anno di galera!

Pasqualino Federici con sapiente maestria ha smontato tutto invocando l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

Il Giudice si è riservato di decidere. Il 4 novembre la lettura della sentenza.

Dunque, passerà ancora del tempo.

Nel frattempo, però, qualcuno potrebbe pensare che la sola richiesta di una condanna potrebbe avermi indotto a silenzio o cautela.

Qui ed ora, vorrei, invece, spiegarvi perché non ci sarà nessun silenzio. Non per mera reazione ma per libera coscienza!

Le parole che stamane mi ha rivolto il Pubblico ministero non si riservano nemmeno ad un delinquente incallito: offensive, sgradevoli, cariche di strafalcioni, un libero arbitrio all’insulto.

Essendo uomo libero, non avendo niente da temere e niente da nascondere, mi permetto di sostenere quanto questa richiesta di condanna rappresenti in realtà l’epilogo di un atteggiamento che organi dello Stato, dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sino ad arrivare allo stesso procuratore, abbiano messo in atto con un unico scopo: fermarmi, impormi il silenzio.

A partire dall’arresto del Presidente del Cagliari quando dichiarai, pubblicamente e senza sotterfugi, la mia personale opinione: sono contro gli arresti preventivi, quelli che molto spesso si fanno per fare spettacolo e soprattutto quando, poi, non riguardano fatti di sangue o di associazione criminale.

Da quel momento si è tentato di tutto di più per tapparmi la bocca. La mia libera azione politica e istituzionale per far usare il campo di Is Arenas era stata vista come una sfida al padrone e quindi da punire.

Così è stato.

Nonostante in dieci anni da parlamentare avessi fatto decine di visite ispettive in carcere accompagnato da medici, sindaci, consiglieri comunali, da semplici cittadini mai e poi mai mi era stato mosso un qualsivoglia rilievo.

Ogni volta compilavo i moduli all'ingresso del carcere e così facevano i miei accompagnatori. Così sempre!

A ferragosto, poi, aderivo all’iniziativa radicale di carceri aperte. In rete esisteva un modulo con il quale il semplice cittadino poteva chiedere di accompagnare i parlamentari in carcere per le loro visite ferragostane. Semplici cittadini. Con una sola disposizione, non devono essere giornalisti.

Una campagna pubblica, con tanto di slogan "Carceri aperte a Ferragosto".

Era questa la ratio fondante dell’art.67 dell’ordinamento penitenziario che dispone: possono entrare in carcere senza autorizzazione il parlamentare e coloro che lo accompagnano per le ragioni del suo ufficio.

L’obiettivo della legge, basterebbe vedere il dibattito del 1975 quando fu approvata, era proprio quello di favorire la trasparenza, di non tenere il carcere chiuso ma semmai di aprirlo alla società civile, aperto alle verifiche e ai controlli, compresi gli “accompagnatori” dei deputati.

In un attimo stamane il pubblico ministero ha maldestramente, con il solo obiettivo di colpirmi nella mia azione politica, trasformato la dizione “accompagnatori” prevista nella legge in “dipendente” del parlamentare.

Ovviamente interpretazione gratuita, destituita di ogni fondamento giuridico e sostanziale, un libero arbitrio!

E stamane questa enormità è stata consumata a piene mani ulteriormente farcita di errori concettuali che non si possono giustificare in alcun modo.

Prima di tutto sul significato delle “ragioni d’ufficio" del deputato. Intendere l’ufficio del parlamentare come segretario, come dipendente di uno spazio fisico chiamato ufficio è roba da trogloditi!

Per “ufficio” di un deputato non si intende, come è elementare, la macchina da scrivere e la dattilografa ma semmai, come dice la Treccani, “Dovere, compito inerente alla funzione o alla mansione esercitata, alla carica o al posto ricoperti, a un incarico particolare”.

Confondere la macchina da scrivere con le ragioni d’ufficio di un parlamentare è roba per chiromanti.

Unico obiettivo colpirmi. Colpirmi per starmene buono buono.

Sono arrivati persino a sostenere la tesi che avrei spacciato Riva e Zuncheddu per miei portaborse, pur di farli entrare.

Roba da matti!

Sono stati Riva e Zuncheddu a chiedere di potermi accompagnare in una visita ispettiva che aveva un chiaro obiettivo umanitario teso a verificare le condizioni psicologiche di una persona come Cellino duramente colpita da un arresto in carcere.

Mai e poi mai ho spacciato Riva o Zuncheddu come portaborse, sarei stato stolto e sprovveduto.

Non ne avevo motivo, perché ero assolutamente consapevole che la norma di legge mi consentiva quell’accesso in carcere. Ci sono le carte da cui si evince: Riva era un accompagnatore del deputato!

Aver manipolato la realtà è stato un atto deplorevole, grave e subdolo!

Riva mi chiese ripetutamente la cortesia di accompagnarmi in carcere perché voleva sincerarsi delle condizioni di salute di un detenuto, in quel caso il presidente del Cagliari.

Per rispetto a Riva, ma anche perché la norma me lo consentiva, feci la visita ispettiva con lui.

Possibile che nessuno abbia riconosciuto Riva? Possibile che nessuno abbia deciso di bloccare il suo ingresso?

Eppure avevo anticipato al direttore del Carcere la visita con nomi e cognomi degli accompagnatori. Era tutto lecito? Ho forse dichiarato che era il mio segretario o portaborse?

Ovviamente No. Ho scritto “Accompagnatore”! La verità, esattamente come disponeva la legge.

Il tutto sconfina nel ridicolo.

Quando il mio legale, l'avvocato Federici, nell'ambito del dibattimento chiede al direttore del carcere cosa intendesse dire con la definizione "collaboratore abituale" egli risponde candidamente: non lo so!

Tutto qui il processo. Il direttore del Carcere a verbale dichiara che non sa quali debbano essere le caratteristiche dell’accompagnatore.

E per questo motivo un pubblico ministero chiede una condanna ad un anno di reclusione!

Non so come si concluderà questo processo, me ne farò una ragione.

Un fatto è certo, stiano sereni detrattori e manipolatori di verità: continuerò a battermi contro gli arresti spettacolo, contro l’invio in Sardegna dei capi mafia, tanto caro ai vertici del ministero della Giustizia, e continuerò a contrastare il silenzio sulle morti dei militari e i civili a seguito delle esercitazioni militari in Sardegna e non solo.

A schiena dritta, testa alta.