SIGNORNO', ONORE ALLA GLORIOSA BRIGATA SASSARI E AL CAPITANO EMILIO LUSSU - 1° MARZO 1915

Il 1° marzo del 1915 nasceva la gloriosa Brigata “Sassari. Fu costituita a Tempio Pausania e a Sinnai, su due Reggimenti, il 151° e il 152° fanteria, composti interamente da Sardi.

A loro, ai giovani Sardi di ieri, di oggi e di domani, dedico questi pensieri di Libertà e Riscatto della Sardegna.

Li scrissi il 20 luglio del 2013, di rientro dal cimitero di Monte Zebio. Sacrario che volli realizzare lì, dove in migliaia avevano perso la vita per la patria, quella Sarda.

Grazie al loro sacrificio, agli insegnamenti di coraggio e lealtà, di dignità e passione abbiamo davanti a noi una lezione di vita unica e irrinunciabile.

Monte Zebio - 20 Luglio 2013

La prima volta che salii sul Monte Zebio correva il terzo anno dopo l’ultimo Giubileo. Luglio inoltrato. Schieramento ufficiale, con bandiere e stendardi, trombettieri e cori, generali e fasce tricolori. Si inaugurava solennemente il cimitero della Brigata Sassari. A due passi dall’Austria, in mezzo alle montagne. Terra veneta, grazie ai sardi. Monte Zebio, trincea assoluta tra la vita e la Patria. Tutto in un lembo di terra che i Comuni sardi e la Regione Sardegna vollero acquistare per ricordare i caduti della prima grande guerra. Una distesa simmetrica di centinaia di croci, piantumate come un vitigno di vite umane. Radici e rami, nomi e paesi. Una sequenza capace di immobilizzare il respiro, di annodare la voce, di far sobbalzare la frenesia del cuore. Allora i ritmi della cerimonia imposero orari e riti. Oggi tutto è diverso. Arrivo solo, sul Monte Zebio. La comitiva di sardi che giungono dal profondo veneto è in viaggio ma le autostrade arse dal caldo e dal traffico rallentano l’arrivo. Il passo è lungo. Rapido. Mi spinge, anche nelle salite più ardue, il desiderio di ritornare su quei luoghi e di riascoltarli in solitario silenzio. Questi sentieri di montagna, negati agli austriaci a suon di vite umane, li ho attraversati solo due volte nella mia vita. La forza di questi luoghi, lo strazio di quelle vite rimaste per sempre lassù, me li fanno riconoscere come se fossero quelli del Grighine. Anziché Allai e Ruinas, Foza e Carrè.
Il silenzio è quello di quota 1800. Pascolano come padrone assolute dell’altopiano le chevrolet macchiate come nei pascoli svizzeri impressi negli involucri dei cioccolati al latte. Barrette bianco rosse sono impresse su pietre miliari forgiate dalla natura. Non sono i segni e i colori della Brigata Sassari ma quelli del Cai, il centro alpino italiano. Tracciato bicolore da pollicino di montagna, per non perdersi nelle trincee del Monte Zebio. Una freccia conficcata in un crocevia di montagna indica: Cimitero Brg. Sassari 0.01. A due passi da me, blindato dall’infinita abetaia che lo circonda, c’è quel lembo di terra impiantato di vite umane, quelle di oltre 13 mila sardi che qui, su questi monti, persero la vita per la Patria.
La prendo alla larga. Mi avventuro fuori tracciato per scorgere dall’alto quel luogo sacro. Anche i pensieri si fermano, quando scorgo quella distesa di croci. Non le avevo mai viste una dietro l’altra, in fila indiana, senza che qualcuno né ostacolasse la visione d’insieme. A vederle da uno scorcio laterale sembra che le braccia si incrocino, come in un tentativo terreno ed estremo di tenersi per mano. E in effetti qui è nato il Popolo Sardo. Qui, per la prima volta le genti del Meilogu si univano a quelle della Gallura, del Campidano, della Barbagia, del Sulcis. Quella miscellanea di lingue, di connotati, si sarebbero qui, sul Monte Zebio, ritrovati sotto l’unica brigata segnata da un’unica ed esclusiva genia: quella sarda.
Il mio personale accerchiamento di quel monumentale simbolo del sacrificio sardo mi porta ai piedi del cimitero. Lo sguardo dal basso verso l’alto amplia la pendenza di quel vitigno tutto sardo. Le targhette appuntate sulle croci parlano una sola lingua: il sardo. Ogni paese la sua croce e un suo figlio. Quanto vorrei stare in silenzio, dinnanzi a questa immane tragedia che molti di noi ignorano nelle dimensioni e soprattutto nel suo profondo valore umano e civile. Mi rimbalza come un martello sull’incudine la convinzione che non riuscirò a proferire parola.
NESSUNO SI È TIRATO INDIETRO
So, però, che in questa giornata, segnata in rosso nel calendario della Brigata Sassari e della Sardegna, non mi è permesso stare a guardare. A nessuno è permesso. Nessuno di quei giovani è restato a guardare. Nessuno si è nascosto. Nessuno è restato nelle retrovie. Nessuno è stato egoista. Nessuno ha scelto di essere lì per un interesse personale. Nessuno si è rifiutato di combattere per la propria Patria e per il proprio popolo. Nessuno si è sottratto dall’elevare in alto l’onore, il coraggio e la fierezza del Popolo Sardo. Tutti, nessuno escluso, erano qui. Consapevoli della loro vita, protagonisti del loro futuro, anche quello più atroce.
MI SONO DIMENTICATO DI DIRVI
Nel 2003 quando andai via da quell’inaugurazione del Cimitero della Brigata Sassari, passati i momenti ufficiali della cerimonia, sentii un magone che viaggiava come una pallina da flipper tra i miei pensieri. Sentivo di non aver detto tutto ciò che avrei voluto, sentivo di aver taciuto su ciò che più mi toccava. Come quando ti vuoi avvicinare al fuoco per sentire la forza del suo calore, ma non lo fai per non bruciarti. Oggi, qui, sul Monte Zebio, lembo di Sardegna, ai confini con l’Europa matrigna, devo trovare la forza di dire quel che ho negato a me stesso e a questo luogo di memoria dieci anni fa. Provo a scalettare mentalmente le mie riflessioni. Ma sento arduo il mio compito. L’emozione incombe come una barriera di massi su un corso d’acqua che vorrebbe finire in mare. Intorno a me ci sono amici di ieri e di oggi. C’è il generale Pino che con me e il sindaco di Armungia volle allora la creazione di questo cimitero. C’è Elisa Sodde brillante presidente dell’Associazione Un ponte tra Sardegna e Veneto, c’è Maurizio Solinas storica guida degli emigrati sardi di Verona, la giovane Adelasia Divona da sempre animatrice culturale dei Sardi in Friuli. Ci sono veneti e sardi. Ex militari, pronti ad emozionarsi ad ogni ricordo più vivo di quegli scontri del lontano luglio del 1916. Non ho molte parole per loro, se pure le meriterebbero tutte, per quel che fanno e per la dedizione al loro popolo e allo loro terra.
Il sopravvento di emozioni, la fretta di dire tutto e subito, prima che sia troppo tardi, mi fa mettere da parte i convenevoli che non sarebbero stati comunque di rito. Devo correre. Devo andare al dunque delle tre cose che mi sono dimenticato di dire dieci anni fa. Devo farlo prima che l’emozione mi freghi di nuovo. E allora ci provo.
GRAZIE
Prima di tutto grazie. Grazie a Voi figli di Sardegna che qui riposate in eterno. Non solo per le vostre giovani vite che avete consegnato a queste montagne ma per il grande insegnamento di altruismo che ci avete voluto donare. La vostra fierezza, il vostro orgoglio, il coraggio forte e duro come il granito di Sardegna. Non eravate felici di essere qui, a vivere e subire un massacro quotidiano, ma lo avete fatto consapevoli di cedere la vostra vita per la Patria. Vi ha animato lo spirito quel vostro motto: Sa Vida pro sa Patria. Grazie per aver lasciato indelebile il ricordo di quel vostro sacrificio, quell’ardore e quell’ardire che hanno fatto di voi i Diavoli Rossi. Siete stati uomini che più di altri, e come nessuno, avete gettato il cuore oltre la trincea. Grazie per aver messo da parte le divisioni e aver fatto sentire per la prima volta, seppur in trincea, la forza e l’unità del Popolo Sardo. Grazie figli di Sardegna, per la vostra eterna lezione di vita.
PERDONATECI
A Voi, fanti della Brigata Sassari, che ancora presidiate queste montagne, con le radici piantate in questa zolla di terra sarda, vorrei rivolgere un’accorata richiesta di perdono. Voi, qui, avete lasciato le vostre ambizioni di vita, avete sacrificato ciò che un uomo ha di più caro. Noi tutti avevamo il dovere di onorare questo vostro eterno riposo ereditando quel vostro coraggio e quel vostro testamento. Non lo abbiamo fatto, e di certo non lo abbiamo perseguito con la stessa determinazione e forza dei vostri insegnamenti. A Voi sento di dover rivolgere le mie, le nostre scuse, per non aver onorato sino in fondo il vostro sacrificio. Per aver adagiato la nostra vita in un cantuccio, per aver ammainato la bandiera del coraggio, della fierezza, dell’altruismo. Per non aver tenuto alto quel vessillo del Popolo Sardo. Per non aver saputo onorare quel debito che lo Stato ha contratto con tutti voi. Il Presidente del Consiglio di allora, Orlando, rivolgendosi a Voi disse: “Quando vidi quei valorosi della Brigata Sassari, sentii l’impulso d’inginocchiarmi dinanzi a loro, perché vidi in essi riassunte tutte le virtù dell’esercito. L’Italia ha contratto un grande debito verso la Sardegna e questo debito lo pagherà”.
Amati fanti figli della nostra terra, lo Stato non ha mai pagato quel debito che aveva contratto con voi ! Debito che noi avremmo dovuto esigere con forza e determinazione, proprio in virtù del vostro sacrificio più grave. La nostra terra resta un landa isolata, senza nessun ponte che la sappia collegare al resto d’Italia e d’Europa. Viaggiare alla pari dei cittadini italiani ed europei è, per la vostra e nostra Sardegna, ancor oggi e più di prima, un miraggio. L’energia è ancora limitata e i suoi costi tagliano fuori la Sardegna da ogni minima ambizione di sviluppo. Lo Stato ci nega strade e ferrovie, l’Europa ci vieta il riequilibrio e ci impone ogni limite alla crescita. Centinaia di migliaia le giovani donne e i giovani uomini che non hanno una speranza di vita, senza lavoro e senza futuro. Non abbiamo saputo difendere sino in fondo quel debito che l’Italia ha contratto con voi tutti, con il nostro Popolo. Per questo sento di invocare il vostro perdono. Non voglio, però, che nessuno di voi possa pensare che questa richiesta sia un salvacondotto per le nostre coscienze. Vorrei che qui, ora e per il futuro, fosse forte e chiaro, solenne e fiero, coraggioso e determinato l’impegno a resistere. L’impegno a rimboccarci le maniche, a dismettere un senso dello Stato che non è con la Sardegna e i Sardi né equo, né giusto. Impegno a rinunciare alle facili enunciazioni per intraprendere una nuova resistenza, tutta sarda, tutta nostra, per onorare sino in fondo le vostre vite e il vostro più profondo senso di libertà. Permettetemi fanti della Brigata Sassari di leggervi qui, nel silenzio di queste montagne, le parole del più forte dei vostri uomini, il capitano Emilio Lussu . A raccontarle è Camillo Bellieni che di ritorno sullo Zebio dopo la prima ferita, trovò Lussu stremato dall’angoscia, ridotto quasi ad un vecchio. “Mi abbracciò – ricorda Bellieni - e gli spuntarono le lacrime. Poi mi disse piano, perché nessuno sentisse: “Sono stanco, sai, di fare il macellaio. Fino adesso avevo fatto l’ufficiale. Ora, invece, bisogna portare gli uomini al massacro senza scopo”(1). E’ qui, dinanzi alla stoltezza di chi pianificava l’olocausto di centinaia di soldati sardi, che la coscienza di Lussu si ribellò all’ennesimo ordine di ricominciare alle 10 del mattino l’assalto quotidiano. Chiamato dal Comandante la Divisione, ascoltò in silenzio, fermo sull’attenti, le disposizioni, sempre le stesse da quasi venti giorni. I comandanti del 3° battaglione, uccisi, feriti, ammalati, si avvicendavano vertiginosamente, e solo l’aiutante maggiore restava miracolosamente a custodire la continuità del servizio. Generale: “Ha inteso, tenente? Mi dia assicurazioni per un’immediata esecuzione”.
SIGNORNÒ
Lussu: “Signornò”. Il Generale lo guardò con gli occhi sbarrati. Il tenente Lussu, fermo sull’attenti, fissava il superiore parimenti in viso, senza alcuna arroganza. Il Generale: “Come Signornò! Non intende eseguire l’ordine?” Lussu: “Signornò”. “Io la faccio fucilare immediatamente”- rispose il Generale. “Signorsì”- replicò Lussu. Ecco, qui, c’è tutta la lezione morale e civile, rivoluzionaria e responsabile di Emilio Lussu. Uomo legato ai valori nazionali ma capace di ribellarsi quando lo Stato venne meno ai suoi doveri, compreso quello di rispettare i figli di Sardegna e la loro vita.
RIVOLUZIONE SARDA
Oggi, qui e davanti a Voi, sento forte e chiaro il significato più profondo di quel “Signornò”. Noi, guardando questo immane sacrificio del popolo sardo, dobbiamo avere il coraggio e la lungimiranza di un’imponente rivoluzione sarda. Rivoluzione delle nostre coscienze, prima di tutto. Senza bandiere, senza colori, con lo stesso spirito di chi ha anteposto l’interesse primario del proprio popolo a quello personale e di parte. Dobbiamo saper essere rivoluzionari, moderni e innovativi, concreti e costruttivi. Dobbiamo saper rispettare e pronunciare quel “Signornò”. Un Signornò forte e chiaro, libero e coraggioso, rivolto senza arroganza ma con fermezza a chi non salda i debiti con la storia, a chi non misura e compensa i limiti e i divari della condizione insulare della nostra terra, a chi non riconosce il sacrosanto diritto della nostra isola e del nostro popolo di essere alla pari di tutti gli altri popoli d’Italia e d’Europa.
NON ELEMOSINE E FAVORI, MA DIRITTI E RIEQUILIBRI
Un Signornò rivolto a chi, dopo aver ricevuto altruismo e sacrificio, persino di giovani vite umane, non è stato in grado, o non ha voluto, riconoscere a questo fiero popolo di Sardegna non favori ed elemosine, ma diritti e riequilibri. C’è un momento in cui il senso di appartenenza statuale viene meno se prevalgono soprusi, ritardi, ataviche discriminazioni, negligenze e disinteresse.
Quelle vostre vite devono essere il segno della nostra eterna resistenza, del nostro fiero coraggio proteso alla difesa ad oltranza di quei diritti e di quella libertà per la quale voi avete sacrificato la vostra miglior gioventù.
REAGIAMO PER LORO
A Voi figli di Sardegna, emigrati in queste terre, l’ambizioso e intimo compito di salvaguardare e proteggere questi luoghi di memoria e di fierezza del Popolo Sardo. A noi che questa sera rientriamo nella nostra isola l’arduo e impegnativo compito di mantenere accesa e di far ardere alta quella fiammella di speranza e di coraggio che i Diavoli Rossi ci hanno consegnato per sempre. Ci attende una missione che ai più può apparire impossibile, quella di abbattere il muro dell’ignavia, dell’indifferenza e della rassegnazione. Ai figli, ai nipoti e pronipoti di questi nostri gloriosi caduti in queste montagne oso dire: onoriamo sino in fondo questi nostri bisnonni, nonni e padri. Non solo con una mesta parola di preghiera. Ma con l’ardore e la passione di chi vuole risollevare alto il vessillo di giustizia e libertà del popolo sardo.
REAGIAMO PER LA LIBERTA’
Non state a guardare, non sentitevi rassegnati e impotenti. Non stiamo a guardare, non rassegniamoci. Reagite, fatelo con il buon senso e con lo studio. Reagiamo. Fatelo con azioni forti e coraggiose per difendere diritti e conquistare libertà. Facciamolo, con fierezza e orgoglio. Perseguiamo la libertà di movimento, libertà di studio, libertà di crescita economica e sociale. Facciamolo anche a costo di qualche Signornò. Dismettiamo quella apatica contrapposizione del niente, abbattiamo gli steccati dei poteri forti che negano alla Sardegna diritti e riequilibri. Ribelliamoci con la stessa abnegazione di chi ha ceduto la vita per la libertà del nostro popolo. Troviamo il coraggio di azioni forti, capaci di illuminare le discriminazioni e le negazioni verso la Sardegna e i Sardi. Dobbiamo essere un popolo coraggioso e determinato. Facciamolo per la memoria di quei tanti figli di Sardegna caduti per questa terra e per il suo popolo. Facciamolo per i nostri figli. Fatelo, facciamolo, per la Sardegna e per il Popolo Sardo. Non più pocos locos y mal unidos, ma Medas Sabios e Unidos. Fortza Paris.
1) Il Cavaliere dei Rosso Mori di Giuseppe Fiori