IL PRESAGIO MALEDIZIONE DI RITA LEVI MONTALCINI

I suoi occhi non guardano, brulicano.

Non oso nè chiedere o sapere la sua età. La guardo e l'ammiro. Fiera e altezzosa, dolce come una principessa, autorevole come un premio Nobel.

Rita Levi Montalcini non ha età. Viaggia come una dottoranda alla ricerca di nuove emozioni, scruta l'orizzonte per traguardare nuove scoperte.

Quando la invito all'inaugurazione del cuore pulsante della ricerca sarda non uso mezze frasi: la ricerca genetica sarà il faro della nostra missione.

Spero di far breccia, ma non mi illudo. Quando le diplomazie si mettono a lavoro per garantire la sua presenza capisco che non sarà facile.

Vuole sapere tutto e prima. Si fida di niente e di nessuno. Quel sorriso vivace cela solo per un attimo schiettezza e franchezza. Chiede schede, vuole approfondire.

E poi invoca notizie su quelle due parole che avevo osato imprimere nella lettera d'invito: scommessa genetica.

Alla fine rompe gli indugi e chiede di parlarmi, prima di accettare l'invito. Mi interroga. Vuole la certezza che dietro quella ricerca non ci siano profittatori e faccendieri. Garantisco, per quel che posso.

In venti mesi avevo messo in campo una task force senza precedenti per dar vita al Parco scientifico e tecnologico. Lavoro a cottimo, per quella scommessa che doveva attrarre il mondo della ricerca universale. Dall'innovation tecnology alla genetica, dalla ricerca scientifica e applicata all'energia e all'agricoltura, per passare allo studio delle più moderne ricerche nel campo zootecnico.

E' il 5 luglio del 2003. Tutto è pronto, quando niente sembrava possibile.

Rita Levi Montalcini è donna di parola. Il suo non è un arrivo. Lei irrompe, con la grazia che le è propria. I lineamenti eleganti e gentili del suo viso, segnati dal candido platino dei suoi capelli, si affacciano sul proscenio di Pula quando il sole sta per lasciare spazio alla luna. Le vado incontro. Minuta, gracile, un fuscello carico di emozioni. Rompe gli indugi e mi toglie dall'imbarazzo del primo incontro. Mi prende sotto braccio e ordina: andiamo.

Scruta ogni dettaglio, osserva come se il microscopio ottico cercasse particelle e dna ovunque. Si ferma, per un attimo.

Sussurra e mi dice: invitandomi all'inaugurazione di questo magnifico parco scientifico mi ha reso felice. Sono commossa, soggiunge: in Sardegna si realizza il sogno di generazioni di ricercatori, sono contenta di aver vissuto così a lungo e aver visto nascere un centro di ricerca come questo.

Mi raccomando, esorta e minaccia: si ricordi che l'economia e la finanza sono al servizio della Ricerca e non il contrario.

Pensi alla genetica, mi dice: il vostro patrimonio, la vostra anima genetica non deve diventare mai strumento per affari.

Il suo microscopio della vita aveva scrutato in profondità. Capiva l'importanza e il fascino segreto di quegli studi che avevano acceso un riflettore potente sulla storia genetica dei sardi, start up che avevamo appena finanziato con una legge regionale e con i fondi europei della misura 3.13.

Il presagio della donna fattasi Nobel tra una guerra e una ricerca applicata non mi lascia indifferente.

Il messaggio è come un chiodo conficcato nella memoria.

Ed oggi, leggendo le cronache, le oscillazioni di borsa, le svendite e le compravendite capisco che quel presagio si era fatto maledizione.

Quel sogno di un governo pubblico della ricerca applicata dopo qualche anno diventa commistione pubblico-privata per farsi, poi, solo privata.

Speculazione, vendite, transizioni nazionali e poi internazionali.

Castelli societari, scatole cinesi, intrighi e personaggi equivoci.

Il grande patrimonio genetico scippato, nascosto, trafugato sull'orlo dell'intrigo internazionale.

Una storia ancora tutta da riscrivere, con verbali di consigli di amministrazione manipolati, passaggi di proprietà nascosti, traffici e doppiogiochisti di professione.

Il presagio divenuto maledizione della Montalcini ha colpito al cuore la più importante ricerca della nostra terra, quella dell'identità.

Identità non solo genetica, ma anche quella morale ed etica.

Un popolo orgoglioso e leale, fiero e pacifico.

Un Popolo tradito. Ferito. Tradito da chi ha gestito quelle provette piene d'anima sarda per fare i soldi. Una volta euro, una volta sterline.

Una storia che non finirà qui. La Procura indaga.

E sarà difficile credere che dietro quelle provette trafugate e nascoste in un pubblico reparto ci sia solo l'ambizione della ricerca.

Aveva ragione Rita Levi Montalcini: i soldi il più delle volte vogliono mettere le mani sulla ricerca.

E molto spesso con la ricerca in molti si vogliono mettere i soldi in tasca.

In Sardegna quel presagio maledetto si è avverato, con tanto di faccendieri e affaristi.

Spetta ai Sardi, ora e qui, recuperare quell'anima perduta.

Per traguardare nuovamente la strada della ricerca, per dismettere quella dei contrabbandieri di provette alla conquista di soldi e anime da comprare.