Prima di entrare, bussate. Nel cuore della Sardegna

Prima di entrare, bussate. Non troverete né porte né campanelli, ma di certo, se riuscirete a trovare quei tre pioli in legno incastonati in un muro di pietra, vuol dire che sarete giunti alla sorgente di vita più antica della civiltà sarda.

Bussate in cielo, bussate sulle querce, sui lentischi, bussate dove volete ma chiedete il permesso per entrare. In quell’eremo abbandonato da tutto e da tutti le sorgenti gorgheggiano in verticale, l’acqua sale anziché scendere, il terreno è intriso a chiazze, senza alcuna terrena spiegazione. Le divinità qui vegliano giorno e notte, rivolgendo lo sguardo una volta al cielo, una volta all’orizzonte. Chiedete il permesso per entrare nel cuore della Sardegna.

Se arrivate quando il sole sta traguardando il Grighine, lasciandoselo alle spalle, vuol dire che assisterete ad uno degli spettacoli archeologici più esclusivi del Mediterraneo, niente a che fare con i Maya o gli egizi. Qui la storia è modellata nella pietra. Incisa nel cielo, stagliandosi con una geometria che ancor oggi è impossibile spiegarsi. Eretta, dritta, fiera. Pietra ciclopica modellata con un cesello architettonico preciso e simbolico. Dispiegata in assetto di guerra e di vita. Di pace e di natura.

I brividi avanzano come una mandria di elefanti quando solchi la prima delle colline e ti accorgi di esser capitato in uno dei luoghi dove la spiritualità ha preso la residenza, senza chiedere permesso a nessuno.

Si è insediata come una roccia nell’architrave della natura. Un’immensa parabola satellitare fatta di colossali giganti affiancati l’un l’altro, una volta in rettilineo, un’altra in cerchio. Ancor oggi gli scienziati dell’archeologia stentano a spiegare quel sistema modulare a rettilinei e circonferenze posizionate lì, pronti in quel punto. Perché quei giganti di pietra, in quella posizione, ci sono da 5.000 anni.

Non avevano il tacheometro, la Nasa non era nella mente di nessuno, ma lì l’astronomia, le stelle, le triangolazioni lunari, i calendari stellari erano una disarmante realtà.

Immagini spettrali da far tremare le vene dei polsi e fa barcollare la certezza che l’evoluzione sia andata avanti anziché regredire.
Siamo a Sorgono. A 8 km dal centro abitato. Paese del vino è scritto nel cartello d’ingresso, ma che meglio sarebbe il paese dei Menhir, il centro esatto della Sardegna.

Per raggiungerlo si deve percorrere la strada che lo stato italiano ha chiamato con un anonimo numero, 388. Chiamarla Via dei Menhir era troppo complicato. E soprattutto avrebbero dovuto spiegare dove si arriva e cosa si trova. Complicato e soprattutto non conveniente.

Allo stato italiano, imbelle e troglodita, proteso alla storia ferma a 2000 anni fa, si affianca l’ignavia di chi anche tra sardi ignora e tace, omettendo le radici profonde della propria civiltà.

Arrivarci è impresa ardua. Solo per ostinati. Non esiste in tutta la Sardegna una sola indicazione stradale. Non esiste un modesto e umile cartello che segni la direzione per raggiungere il punto esatto del centro geometrico della Sardegna.

Sì, quel centro geometrico, che nemmeno la Nasa potrebbe rinvenire senza utilizzare satelliti e triangolazioni. Quel vertice che 5.000 anni fa, invece, senza l’ausilio di greci, romani, egizi o quant’altri, satelliti o parabole, il Popolo Sardo aveva individuato con la precisione di un filo nella cruna di un ago.

I Menhir di Biru ‘e Concas non sono solo il più grande agglomerato di Menhir nel Mediterraneo e forse nel mondo. Sono molto di più. La loro posizione: il centro esatto della Sardegna, non per un caso ma per una scienza oscura che ancor oggi scaraventa la topografia nell’era prenuragica.

In una terra dove 5 millenni fa si triangolavano stelle e luna ancor oggi i satellitari non ti aiutano a trovare un po’ di campo per connettere la mappa digitale.

Devi ingegnarti e scrutare il territorio scovando i modesti quanto confusi riferimenti della rete.

Quando arrivi, in quello sterrato, davanti ad un cancello in ferro chiuso chissà da quanto, dopo aver percorso qualche chilometro dopo il santuario di San Mauro ti accorgi che l’unico varco per salire in cielo è quella scaletta di legno. Tre pioli in andata e tre in discesa. E poi sentimento. Rincorsa contro il tempo e contro il sole che lascia il Barigadu dopo averlo scaldato per l’intera giornata.

Solchi la prima e poi la seconda delle colline. Traguardi quei giganti di pietra, eretti nel più grande museo a cielo aperto della civiltà nuragica. Niente da fare per la Stonehenge inglese. Sono arrivati almeno mille anni dopo di Biru ‘e Concas. Certo fanno molti più soldi, ci sono gli aerei per arrivarci, le strade ben in vista e una marketing da paura.

Qui, in questa collina incantata, i megaliti più antichi del mediterraneo, la loro ingegneristica collocazione, la funzione fantastica quanto inesplorata, non hanno simili al mondo.

La suggestione quando ti accosti a loro è tachicardica. Agitazione allo stato puro, pervasa da quella pietra intrisa di lentischio e querce. Duecento menhir. Molti in piedi, molti riversi a terra. Nel cuore di Sardegna, dove la storia è un mistero infinito, quanto questa parabola nuragica di pietre ciclopiche rivolte al sole che tramonta.

E pensare che i Sardi di 5.000 anni fa, secondo alcuni studiosi, l’avrebbero eretta per scandire la vita. Per seminare e per raccogliere. Per produrre secondo il calendario universale della natura.

Entrate, se lo trovate. Bussate e chiedete il permesso di entrare. Ospiti della più antica, fiera e lungimirante delle civiltà di questa terra, quella Sarda.