PILI: STRAGE NASSIRYA SI POTEVA EVITARE, ORA RISARCITE LE VITTIME

PUBBLICATA LA SENTENZA DELLA CORTE D'APPELLO DI ROMA: NEGLIGENZE E GRAVI IRRESPONSABILITA' DEI VERTICI DELLO STATO

DOPO 13 ANNI ANCORA NESSUN REALE RISARCIMENTO PER QUELLA TRAGEDIA CHE VIDE LA MORTE DI 17 MILITARI E 2 CIVILI

TRA LORO ANCHE SILVIO OLLA: 32 ANNI SOTTOUFFICIALE DELLA BRIGATA SASSARI

"La strage di Nassirya si poteva e doveva evitare. Ora risarcimenti immediati per le famiglie delle vittime senza perdere altro vergognoso tempo. La clamorosa verità emerge in tutta la sua gravità nella sentenza civile appena depositata dalla Corte d'appello di Roma che riapre di fatto la vicenda giudiziaria legata a quella strage che il 12 novembre del 2003 provocò nella base militare italiana in Iraq la morte di 19 italiani (12 carabinieri, 5 soldati dell’esercito e due civili) e nove iracheni, tra cui il giovane sottoufficiale sardo Silvio olla, di appena 32 anni. Quella strage è scritto a chiare lettere nella sentenza poteva essere fermata. Dovevano essere evitati “errori”, uno dei quali"clamoroso” e ulteriori “irresponsabili assurdità” come viene richiamato nella sentenza. Si tratta di una sentenza civile che riapre di fatto lo stesso capitolo penale, visto il contenuto della decisione dei giudici della Corte d'appello".

Lo ha appena dichiarato il deputato di Unidos Mauro Pili con un'interrogazione urgente al presidente del consiglio dei Ministri, al ministro della difesa e a quello dell'economia. Pili nel richiamare stralci inchiodanti della sentenza chiede al governo di non perdere nemmeno un giorno e risarcire per quanto possibile le famiglie delle vittime.

"Il governo - ha scritto Pili nell'interrogazione - deve con somma urgenza procedere ad un atto di responsabilità politica, civile e istituzionale per il risarcimento morale, economico delle vittime di un attentato che alla luce di tale sentenza ha responsabilità chiare in capo allo Stato. Il processo civile ha stabilito che le cariche dello Stato a capo di quella missione devono risarcire le vittime. Occorrerà un altro procedimento giudiziario per stabilire gli esatti importi economici a meno che il ministero della Difesa non si decida ad intervenire e risarcire direttamente i familiari che da 13 anni sono alle prese con questa vergognosa e ingrata odissea giudiziaria".

"Le motivazioni depositate dalla Corte d’Appello di Roma lo scorso 8 febbraio - sostiene Pili - sono inchiodanti: “E’ manifesta la stretta dipendenza tra il reato commesso (dal generale Stano) e la morte e le lesioni riportate dalle vittime”. Nella sentenza - riporta il deputato di Unidos- è scritto: “Non può non essere ribadito, sul primo profilo il vero e proprio preavviso di pericolo concreto contro le basi italiane in Nassirya, dato dal "punto di situazione" del 5 Novembre, noto al comandante, secondo cui un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e Yemenita si sarebbe trasferito a Nassirya, risultato ex post tragicamente veridico vedi le dichiarazioni del terrorista S.M.A.H. circa la base italiana scelta, quale obbiettivo, dopo sopralluogo, per la sua palese vulnerabilità. Si devono, allora, ricordare anche i messaggi del Sismi del 23 ottobre: un attacco ad un obbiettivo al massimo entro due settimane. E del 25 ottobre, con precisione fin nei colori del mezzo: un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto. Qui si deve rilevare l'evidente sottovalutazione, in capo allo Stano, comandante pro-tempore, di un allarme così puntuale e prossimo”;

"E' semplicemente incredibile - sostiene Pili - quello che emerge dalla sentenza. Una settimana prima erano stati tutti avvertiti di quello che sarebbe successo, compreso il colore della cisterna che sarebbe stata lanciata contro la base. Secondo il dispositivo della sentenza - ricorda Pili - è stato accertato che: “Tale allarme si colloca, temporalmente, una settimana prima del tragico evento: ben c'era possibilità, dunque, di predisporre utilmente qualche maggior contrasto anche temporaneo. In ordine all'aspetto della complessiva insufficienza delle difese passive, il dato è certo e clamoroso. Né lo nega la sentenza impugnata che rileva quel che era sotto gli occhi di tutti (sul punto la sentenza ingiustamente svilisce le precise e corrette dichiarazioni del Colonnello Burgio, ma anche del Colonnello Perrella: la situazione sul campo era anche più grave di quanto già non apparisse sulla carta). Mancanza di un'area di rispetto, inesistenza di una serpentina, hesco bastion troppo bassi e riempiti di ghiaia anziché di sabbia, così essendo chiaramente insufficienti e passibili di trasformarsi in proiettili (come per le munizioni della riservetta) anziché avere effetto protettivo”;

"Ci sono fatti logistici che secondo i giudici nemmeno un dilettante avrebbe lasciato inalterati. Nessuno si era preoccupato della sicurezza dei militari. Per i giudici il riferimento è alla logistica della base: “Anche quanto alla riservetta (deposito armi e munizioni) la sentenza precedente appare inadeguata, disattendendo la questione con una generica affermazione di concreta irrilevanza, mancando con ciò di confrontarsi - per non dire errando sul punto - con gli esiti delle indagini medico-legali che rilevavano come alcune vittime fossero state colpite da proiettili esplosi ma non sparati, il che rimanda proprio alla riservetta esplosa per l'innesco causato dall'esplosione del camion-bomba. Sullo specifico punto, anche un estraneo alle arti militari dovrà rilevare l'irresponsabile assurdità della collocazione così esposta di un deposito di munizioni”.

"Il dispositivo della sentenza - sostiene Pili - non lascia adito a dubbi sulle responsabilità del comandante in capo e quindi dei vertici della difesa: “Tanto è poco vero che lo Stano sarebbe stato colposamente inattivo solo per ordine superiore, che egli stesso riferiva in data 22 ottobre 2003 di aver disposto il progressivo trasferimento di alcune basi del nostro contingente verso aree più sicure. Dunque, piena consapevolezza dei rischi imminenti; percezione della necessità addirittura del trasferimento (non attuato). E non vero che la direttiva gerarchica-politica imponesse la permanenza necessitata in posizione di rischio, tra la gente del posto. Non solo, ancor più era necessario innalzare, nel frattempo e nel possibile, le difese passive, in nulla attuate".

"Tutto questo - conclude Pili - conferma in modo drammatico la sottovalutazione della sicurezza nei confronti dei militari impegnati nei teatri di guerra e nelle stesse aree di esercitazione. Militari che vengono mandati allo sbaraglio ignorando una volta il rischio attentati, una volta il pericolo ambientale di uranio e torio. E' in questo caso eloquente la conclusione della sentenza: “Ed allora: un siffatto operare - il comportamento virtuoso che si richiede a chi presiede una posizione di garanzia - sicuramente avrebbe, secondo regole di comune e condivisa esperienza, ridotto il rischio in sé o, quam minus, ridotto gli esiti di danno, perché il camion bomba, costretto a fermarsi prima, non avrebbe cagionato la strage poi in realtà causata”.

"Non fate perdere altro tempo alle famiglie vittime di questa strage di Stato. Dopo il calvario della perdita dei loro congiunti hanno dovuto affrontare anche le pene di uno stato ingrato e vergognosamente omissivo. Non perdete altro tempo - conclude Pili: risarcite le famiglie, dopo averle umiliate sul piano morale".

ecco il testo integrale della mia interrogazione presentata stamane alla Camera dei deputati.

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Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro della difesa, il Ministro della giustizia, il Ministro dell'economia e delle finanze -

Per sapere - premesso che:

il Sismi avvisò dell’attentato di Nassirya, indicando perfino il colore dell’autocisterna che avrebbe attaccato;

la sentenza 824/2017 pubblicata l’8 febbraio scorso dalla Corte d’appello di Roma non lascia adito a dubbi;

la strage di Nassiriya si poteva evitare;

l’autocisterna che il 12 novembre del 2003 irruppe nella base militare italiana in Iraq e uccise 19 italiani (12 carabinieri, 5 soldati dell’esercito e due civili) e nove iracheni, poteva essere fermata;

sarebbe bastato non compiere una serie di “errori”, uno dei quali "clamoroso” e altre “irresponsabili assurdità” è richiamato nella sentenza;
un pronunciamento di diritto civile che riscrive l’intera vicenda;
il processo civile, invece, è riuscito ad andare avanti e il generale dell’esercito Bruno Stano (in pensione) ora è stato condannato a risarcire le vittime;

occorrerà un altro procedimento giudiziario per stabilire gli esatti importi economici a meno che il ministero della Difesa non si decida ad intervenire e risarcire direttamente i familiari che da 13 anni sono alle prese con questa odissea giudiziaria;

le motivazioni depositate dalla Corte d’Appello di Roma lo scorso 8 febbraio sono riportate integralmente da Giuseppe Caporale e Luca Comellini nel sito Tiscali;

secondo i giudici della 1 sessione civile: “E’ manifesta la stretta dipendenza tra il reato commesso (dal generale Stano) e la morte e le lesioni riportate dalle vittime”.

si legge nella sentenza: “Non può non essere ribadito, sul primo profilo il vero e proprio preavviso di pericolo concreto contro le basi italiane in Nassirya, dato dal "punto di situazione" del 5 Novembre, noto al
comandante, secondo cui un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e Yemenita si sarebbe trasferito a Nassirya, risultato ex post tragicamente veridico vedi le dichiarazioni del terrorista S.M.A.H. circa la base
italiana scelta, quale obbiettivo, dopo sopralluogo, per la sua palese vulnerabilità. Si devono, allora, ricordare anche i messaggi del Sismi del 23 ottobre: un attacco ad un obbiettivo al massimo entro due
settimane. E del 25 ottobre, con precisione fin nei colori del mezzo: un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto. Qui si deve rilevare l'evidente sottovalutazione, in capo allo Stano, comandante
prò tempore, di un allarme così puntuale e prossimo”;

secondo il dispositivo: “Tale allarme si colloca, temporalmente, una settimana prima del tragico evento: ben c'era possibilità, dunque, di predisporre utilmente qualche maggior contrasto anche temporaneo. In
ordine all'aspetto della complessiva insufficienza delle difese passive, il dato è certo e clamoroso. Né lo nega la sentenza impugnata che rileva quel che era sotto gli occhi di tutti (sul punto la sentenza ingiustamente svilisce le precise e corrette dichiarazioni del Colonnello Burgio, ma anche del Colonnello Perrella: la situazione sul campo era anche più grave di quanto già non apparisse sulla carta). Mancanza di un'area di rispetto, inesistenza di una serpentina, hesco bastion troppo bassi e riempiti di ghiaia anziché di sabbia, così essendo chiaramente insufficienti e passibili di trasformarsi in proiettili (come per le munizioni della riservetta) anziché avere effetto protettivo”;

per i giudici: “Anche quanto alla riservetta (deposito munizioni, ndr) la sentenza precedente appare inadeguata, disattendendo la questione con una generica affermazione di concreta irrilevanza, mancando con ciò di confrontarsi - per non dire errando sul punto - con gli esiti delle indagini medico-legali che rilevavano come alcune vittime fossero state colpite da proiettili esplosi ma non sparati, il che rimanda proprio alla riservetta esplosa per l'innesco causato dall'esplosione del camion-bomba. Sullo specifico punto, anche un estraneo alle arti militari dovrà rilevare l'irresponsabile assurdità della collocazione così esposta di un deposito di munizioni”;

il dispositivo della sentenza : “Tanto è poco vero che lo Stano sarebbe stato colposamente inattivo solo per ordine superiore, che egli stesso riferiva in data 22 ottobre 2003 di aver disposto il progressivo
trasferimento di alcune basi del nostro contingente verso aree più sicure. Dunque, piena consapevolezza dei rischi imminenti; percezione della necessità addirittura del trasferimento (non attuato). E non vero che
la direttiva gerarchica-politica imponesse la permanenza necessitata in posizione di rischio, tra la gente del posto. Non solo, ancor più era necessario innalzare, nel frattempo e nel possibile, le difese passive, in nulla attuate”;

la sentenza conclude: “Ed allora: un siffatto operare - il comportamento virtuoso che si richiede a chi presiede una posizione di garanzia - sicuramente avrebbe, secondo regole di comune e condivisa esperienza, ridotto il rischio in sé o, quam minus, ridotto gli esiti di danno, perché il camion bomba, costretto a fermarsi prima, non avrebbe cagionato la strage poi in realtà causata”;

se non ritengano di dover con somma urgenza procedere ad un atto di responsabilità politica, civile e istituzionale per il risarcimento morale, economico delle vittime di un attentato che alla luce di tale sentenza ha responsabilità chiare in capo allo Stato;