PILI: GUERRA USA AL PECORINO SARDO

DALLE CARTE SECRETATE EMERGE UNO SCONTRO FRONTALE TRA LOBBY AMERICANE E CONSORZI DI TUTELA CHE VALE 21 MILIARDI DI DOLLARI

NELLA TRATTATIVA PER IL TTIP GLI AMERICANI VOGLIONO CANCELLARE IL MARCHIO IDENTIFICATIVO PER TRASFORMARLO IN GENERICO

REVOCARE IMMEDIATAMENTE I MARCHI GENERICI GIA’ CONCESSI: SONO ILLEGALI

“Gli Stati uniti d’America hanno dichiarato guerra al pecorino romano, o meglio al suo marchio identificativo esclusivo. Lo scontro è totale e gli americani hanno praticamente deciso di imporre la loro azione passando per le vie di fatto, azzerando il marchio protetto identificativo del pecorino sardo. Vogliono che la definizione Romano (denominazione tipica del pecorino prodotto in Sardegna) sia generica e che il prodotto sardo per eccellenza possa essere prodotto e commercializzato senza alcuno ostacolo. Nelle carte riservate della trattativa sul TTIP il trattato Usa Europa sul libero scambio emerge forte e chiaro lo scontro in atto, con molte complicità a tutti i livelli. Per questo motivo anche alla luce di quanto sta emergendo ho chiesto al ministero dello sviluppo economico di revocare con urgenza alcune registrazioni di marchi che vanno proprio ad avallare la tesi americana: il pecorino romano non è un marchio identificativo ma generico. Se il governo non fa revocare subito quei marchi concessi con tante falle e con molte complicità significa che sta avallando la guerra americana al pecorino romano e non solo in cambio di qualche altra partita”.

Lo ha denunciato il deputato sardo Mauro Pili che attraverso una serie di comunicazioni riservate agli atti dei ministero ha accertato lo scontro in atto tra i mediatori europei e quelli americani. Atti tenuti sotto silenzio e che rischiano di preconfezionare una vera e propria ecatombe per il pecorino sardo nel mercato mondiale.

“Si tratta – ha detto Pili - di una partita rilevantissima che nel tavolo della trattativa segna la cifra di 21 miliardi di dollari. I mediatori americani sono sostenuti da una lobby fortissima di produttori Usa che vogliono appropriarsi senza troppi sotterfugi del marchio identificativo di alcuni grandi prodotti lattiero caseario con una chiara denominazione geografica, dal pecorino romano al parmigiano, dall’Asiago al gorgonzola per trasformarli in marchi generici. La guerra tra Stati Uniti e Unione europea sui prodotti alimentari di origine protetta, oggetto delle trattative concernenti il TTIP, è totale. I produttori ed esportatori caseari statunitensi, rappresentati dall’U.S. Dairy Export Council e sostenuti da decine di senatori bipartisan, si contrappongono duramente alla richiesta europea di limitare l’utilizzo del nome generico di formaggi europei con indicazione protetta, come già previsto dal Trattato CETA tra Ue e Canada, che ha anche riconosciuto una lista di un centinaio di prodotti con indicazione geografica europea, che potrà essere ampliata. I formaggi statunitensi con nomi trasformati arbitrariamente in generici di origine europea – come pecorino romano, asiago, fontina, gorgonzola– rappresentano un giro d’affari annuo di 21 miliardi di dollari. I produttori americani, secondo le carte in possesso del ministero - giudicano inaccettabile il tentativo europeo di restringerne la commercializzazione nell’ambito del TTIP, giudicandola una misura protezionista e una barriera non tariffaria.

Una guerra dove il silenzio della regione Sardegna è totale soprattutto dinanzi a quello che sta avvenendo nel mercato statunitense con una valanga di società che stanno producendo e commercializzando impunemente il Pecorino Romano. Nel fascicolo della trattativa risultano almeno 4 società accusate di aver messo in atto azioni tese a scippare il marchio di pecorino Romano. Sotto accusa ci sono Belgioiso e Sargento nel Wisconsin, Milano’s Linden, NJ, e la DeNicola già finita agli onori della cronache per aver registrato il marchio sia in Italia che in Europa. Proprio in quest’ultimo caso Il marchio DiNicola, oggi registrato in Italia e a livello europeo, rivendica in modo generico, i seguenti prodotti “cheese, namely, mozzarella, parmesan, romano, gorgonzola, asiago” ricadenti nella classe 29 i quali, evidentemente, sono denominazioni di origine o sinonimi di denominazioni che, al più, identificano, falsamente l’origine geografica del prodotto e non già la sua funzione e/o destinazione. La porzione italiana della registrazione internazionale se fosse stata sottoposta alla valutazione del Ministero dell’Agricoltura, ai sensi dell’articolo 170, comma 2 del decreto legislativo n. 30/2005, avrebbe dovuto esprimere obbligatoriamente parere negativo. Le indicazioni geografiche non si toccano, sono fondamentali per creare posti di lavoro durevoli e proteggere i consumatori da pratiche sleali. Vanno respinti senza se e senza ma i tentativi di rappresentare le indicazioni geografiche come uno strumento protezionistico: i consumatori sono sempre più interessati all’origine dei prodotti alimentari, mentre le pratiche ingannevoli, attualmente tollerate negli Usa, sono dannose anche e soprattutto per i consumatori americani. Va fermato un abuso evidente che vede il mercato di formaggi statunitensi con nomi, come romano, asiago, fontina, gorgonzola, che rappresentano un giro d’affari annuo di 21 miliardi di dollari.

Quella americana è una “descrizione confusa, poco corretta e strumentale del sistema di registrazione delle indicazioni geografiche. I prodotti agroalimentari Dop e Igp sono parte integrante e sostanziale del territorio e della cultura della sardegna e non solo e nessuno può ricondurli e trattarli come semplici nomi di prodotto. Su questa partita – ha concluso Pili - si gioca gran parte del futuro di un settore strategico come quello lattiero caseario della Sardegna. Non sono ammesse complicità e silenzi”.