PILI: ESPOSTO ALLA COMMISSIONE EUROPEA CONTRO SCIPPO PECORINO ROMANO DA PARTE DELLA REGIONE LAZIO

IL MINISTRO MARTINA E I COMPAGNI COPRONO E AVALLANO LA CONTRAFFAZIONE E USURPAZIONE DEL MARCHIO
CROLLA IL PREZZO DEL LATTE, COSTA LA META’ DI UN LITRO D’ACQUA

“La commissione europea deve bloccare immediatamente tutte le procedure in essere relative alla contraffazione e all’usurpazione del marchio del pecorino romano. Il tentativo maldestro di un’organizzazione di categoria e di alcuni produttori, guidati dal presidente della Regione e del Consiglio regionale del Lazio, è un atto di una gravità inaudita. Il comparto Ovino sardo e la sua produzione di Pecorino romano, prodotto che occupa la stragrande maggioranza della trasformazione ovina in Sardegna, così come la sua tutela, vengono messi a rischio da una campagna oltraggiosa di esponenti istituzionali e associativi del Lazio. Con un’azione politica e amministrativa, con la complicità del Ministro dell’agricoltura e alti funzionari del Ministero, si sta tentando di mettere in discussione la titolarità della “DOP Pecorino Romano”, quasi che spetti solo ai produttori laziali il titolo di romano. Si attacca il Consorzio di Tutela e la sua sede a Macomer, quasi fosse una cosa strana (solo 3 aziende laziali trasformano romano e in piccole quantità rispetto a quello trasformato in Sardegna). Il Lazio sta sostenendo la richiesta di una nuova DOP da chiamare “Cacio romano”, che già di per se (con il termine “romano”) genera confusione sui mercati a discapito della DOP “Pecorino romano”. Il 3 % dei produttori laziali con l'appoggio di alcuni DG apicali del MIPAAF e del Ministro stesso stanno cercando, con azioni discutibilissime dal punto di vista giuridico, di imporre e far riconoscere una nuova denominazione di origine CACIO ROMANO solo per il Lazio. Un danno giuridico prima ancora che economico. Siamo dinanzi a fatti di inaudita gravità per l'economia Sarda e per il rispetto della storia e del comparto ovino sardo che dal 1981 con grandi sforzi ha contribuito a consolidare nel mondo la reputazione della DOP Pecorino Romano. Per questa ragione ho deciso, dopo un ampio confronto con i legali, di chiedere l'immediato intervento della Commissione Europea atteso che il Ministero Italiano disattende di proteggere il Consorzio di Tutela e, soprattutto, la denominazione di origine protetta pecorino romano, così come previsto dall'art. 13 del Reg. UE 1151/2012. Il tutto è aggravato dalla registrazione di un marchio CACIO ROMANO da parte di una azienda laziale, tale Formaggi Boccea S.r.L., che nonostante il sequestro amministrativo dei NAC di Roma si è visto legittimato dall'ICQRF a continuare l'uso di etichette in contraffazione della DOP PECORINO ROMANO sulla base di una ordinanza di dissequestro del tutto infondata giuridicamente. Omettono di dire che già da ora, anzi dal 2009, possono e potevano mettere la dicitura “Pecorino Romano prodotto nel Lazio”, e lo fanno perché il vero obiettivo è quello di togliere la denominazione e l’utilizzo del marchio Pecorino romano ai produttori sardi ed anche di svalutare il “Pecorino romano prodotto in Sardegna”.

Lo ha annunciato stamane il deputato di Unidos Mauro Pili che ha trasmesso un esposto alla commissione europea richiamando gli atti politici e amministrativi compiuti in queste settimane sia dalla Regione Lazio sia da parte del Ministero dell’Agricoltura e dall’ufficio registrazione marchi.

“La tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche – in base ai regolamenti europei – sostiene Pili – deve essere estesa ai casi di usurpazione, imitazione ed evocazione dei nomi registrati relativi sia a beni che a servizi, onde garantire un livello di tutela elevato e analogo a quello che vige nel settore vitivinicolo”.

“A questo – sostiene Pili – si aggiunge un fatto di una gravità inaudita legato al prezzo del latte di pecora. In un normale distributore h/24 di bevande, mezzo litro d'acqua te lo porti a casa con 0,50 centesimi di euro. Un litro, un euro. Acqua. In queste ore, nel silenzio più assoluto, si sta definendo il prezzo del prodotto principe della Sardegna: il latte di pecora. Latte e fatica, 0.60 a litro. Da settimane la principale industria lattiero casearia della Sardegna è sotto attacco e il silenzio regna, con il bavaglio delle banche che ricattano tutto e tutti. Gli allevatori stanno subendo il vortice generato dall'insipienza di Stato e Regione. Il meccanismo è sintetizzabile: l'Agea, l'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, non paga il dovuto nei tempi previsti, le banche si avventano sugli allevatori che per pagare rate e investimenti già effettuati si indebitano. Strozzati dalle banche sono costretti a svendere il prodotto a quattro soldi pur di non finire nelle tramogge delle banche rapaci pronte a sbranare la povera preda. Il risultato è raggiunto in questi giorni, senza una vera e propria trattativa. Prezzo fissato per un litro di latte di pecora oscilla tra 0,55/0,60 euro. Dunque fallimento assicurato! La più florida e radicata azienda della Sardegna rischia il tracollo dinanzi alle speculazioni di banche e non solo, all'inettitudine della Regione che se ne guarda bene dal mettersi in gioco. Nessuno strumento regolatore, nessun intervento anche pubblico possibile per calmierare l'aggressione di sciacalli di turno”.

“Quello che succede nel settore trainante dell'agropastorizia è – sostiene Pili - il risultato di politiche nefaste dello Stato e della Regione che non solo hanno abbandonato a se stesso il settore ma con la loro incapacità di spesa hanno per l'ennesima volta messo in ginocchio le aziende. Agea non solo non ha pagato il dovuto ma ha accumulato ritardi insopportabili per qualsiasi azienda chiamata a fare investimenti strutturali importanti. Quei ritardi, e molto spesso mancati pagamenti, hanno messo in ginocchio il sistema. E ora le lobby si preparano all'assalto finale con il ministro dell'agricoltura che foraggia i tentativi maldestri di clonare il Pecorino con una sottospecie di prodotto (cacio romano) sponsorizzato dalla coldiretti del Lazio da mettere in concorrenza con il pecorino sardo. Un colpo basso, senza precedenti. Un colpo letale e insopportabile per un settore già in ginocchio”.

“La Regione dorme, si limita a letterine da babbo natale, ridicole e inutili al Ministro dell’agricoltura. Nessuna iniziativa concreta. Nessun intervento con la Sfirs nel sistema più debole e più strategico della Sardegna. Questa battaglia si affronta con azioni legali non con letterine. Lasciamo a Pigliaru i silenzi complici per non disturbare il compagno ministro che svende il pecorino romano, non paga gli allevatori sardi e pensa anche di clonarne il prodotto principe. Per quanto ci riguarda – conclude Pili - è ora di agire e reagire, in ballo c’è la più importante industria produttiva della Sardegna”.