MOTOSEGHE, AFFARI E CREATO DI SARDEGNA

Proverò a dirlo con la giusta grazia, tenendo a freno la violenza verbale che incombe in certi casi.

Il caso Aritzo va spiegato. Anche a chi è convinto di avere la verità in tasca.

Non è questione che si affronta con due partiti contrapposti: uno a favore del pinus radiata ed uno contro.

E’ questione più delicata e non appartiene alla bassa lega delle polemiche sciocche.

Qui si discute di altro. Si cerca di capire con quali sotterfugi la Sardegna sia stata aggredita e tradita e come la si possa difendere oggi per domani.

E’ in discussione, insomma, la tutela e la valorizzazione del più grande patrimonio della nostra terra: il Creato.

Non un’entità astratta o filosofica ma tangibile, concreta, percepibile a chiunque posi per la prima volta un piede in questa terra o rivolga una narice al suo profumo primordiale.

E’ il Creato della Sardegna, unico e insostituibile. Valore assoluto e universale. Ma anche valore economico, sociale e culturale.

Ogni aggressione è un delitto, per la Sardegna e per Sardi. Per oggi e per domani.

Ecco, il caso Aritzo non si inquadra tra i tifosi e gli antagonisti del Pinus Radiata. Dunque disarmiamo le motoseghe e riflettiamo sul tema più alto: la salvaguardia del nostro principale giacimento ambientale e naturalistico.

Partiamo da un primo elemento storico attualizzato. Quelle foreste conifere, di pinus radiata, di cui la Sardegna era ed è pervasa sono il risultato di quelle politiche invasive ed aggressive che le multinazionali di Stato e di regione misero in atto tra gli anni 70 e 80.

C’era la cartiera di Arbatax, serviva cellulosa e dunque legname. Il ragionamento contabile fu semplice: piantumiamo ovunque foreste di pinus radiata, usiamo il territorio, poi tagliamo e ce ne andiamo.

Il contratto era pressappoco questo: usa e getta la terra di Sardegna.
Del resto anche il più modesto esperto di tecniche forestali sapeva che sotto quelle foreste di Pinus Radiata difficilmente sarebbe rinato qualcosa. Specie desertificanti.

La Marsilva di quel progetto privato, avallato da Stato e Regione a suon di miliardi pubblici, era la società ideatrice. Fallì miseramente. Con faccendieri di ogni genere che lucrarono su quell’operazione senza il benché minimo scrupolo.

C’era da fare i soldi da quelle foreste pagate dal pubblico. Pagate dai Sardi per intenderci. Gli stessi Sardi contrari al Pinus Radiata.

La cartiera fece la fine di un rotolo di carta igienica. Tirata nello sciacquone di un cesso di Stato.

Restarono in piedi centinaia di ettari di forestazione. In ogni angolo di Sardegna maree di verde. Non sardo vero, ma pur sempre natura. Pinus radiata è vero, ma pur sempre centinaia di ettari di verde. Verde importato è vero, ma pur sempre verde, ossigeno, paesaggio, natura.

Il buon senso avrebbe imposto una riflessione: possiamo salvaguardare quei polmoni verdi, quelle oasi di natura, seppur estranea, sino a quando non esiste un piano di ricostituzione ambientale autoctona, tutto sardo?

Cerco di essere più chiaro: si può far tagliare tutto e subito facendo guadagnare agli speculatori milioni di euro per poi farli scappare con i soldi lasciando il territorio devastato in modo irrimediabile?

La cartiera era chiusa da oltre un decennio, la società fallita.
Che senso aveva in questi ultimi anni saccheggiare in quel modo quelle foreste senza lasciare nessuna prospettiva futura a quei territori?

Il risultato è drammatico: quei terreni ora sono arsi e desertificati da una forestazione invasiva che sotto di se non ha fatto nascere e crescere niente.

Chiunque affermi “quei terreni ritorneranno ai pascoli” non ha ben compreso il danno ambientale e vegetale fatto a quei terreni. Nessun pascolo sarà possibile, forse un pascolo da sottosviluppo, ma non certo quello a cui ogni allevatore vorrebbe e potrebbe ambire.

Dunque: sono contro le foreste con specie non autoctone, non sarde, ma sono decisamente contro la stoltezza e la spregiudicatezza di faccendieri e farabutti che spremono la Sardegna, la desertificano e se ne vanno con i soldi dei Sardi.

Avrei voluto che la Regione intercettasse quella maldestra compravendita per quattro euro di quelle foreste. Avrei preferito un piano strategico forestale per la lenta e programmata sostituzione delle specie arboree ad alto o basso fusto.

Avrei suggerito un piano identitario forestale per il ripristino del “Creato Sardo”.

L’ho detto e scritto in tempi non sospetti. E l’ho messo nero su bianco in proposte di legge organiche per il ripristino del patrimonio forestale dell’isola.

Ricostituire il patrimonio ambientale della Sardegna è tema più alto della polemica fine a se stessa.
Quel nullafacente e incompetente di assessore dell’ambiente dice che quei terreni sono privati e che sono solo 200 ettari. Si commenta da sola: il nulla sottovuoto spinto.

Non riesce nemmeno a leggere. Quando parlo di 200 mila ettari di ricostituzione forestale e ambientale mi riferisco ad un piano strategico decennale che riguarda tutte le aree compromesse dell’isola, quelle deturpate dagli incendi così quelle degradate dal depauperamento chimico fisico dei terreni.

E’ un piano strategico che un assessore di così scarso livello non solo non può comprendere ma nemmeno leggere visto che ha la stoltezza persino di ridurre il tutto a 200 ettari del caso Aritzo.

Ricostruire il Creato Sardo, lenire e curarne le umane ferite, è tema alto e imponente.

Servono scienziati forestali, quelli veri, non a libro paga di Marsilva e dintorni.

Il paesaggio, la natura, il Creato della Sardegna non hanno proprietà. Vanno tutelati e valorizzati a prescindere.

Serve una regione che magari non si accanisca contro chi pota un ramo nel proprio giardino ma si accorga e prevenga simili misfatti.

Il bilancio tra la forestazione e l’ambiente del Creato e i giorni nostri è in netta perdita. Le foreste dell’isola, raccontano i libri di storia, sono state depredate per far legna di Stato e non solo.

Affermare che siamo proporzionalmente la Regione con più foreste non tiene conto del nostro metro di misura: il Creato di Sardegna.

E basterebbe rivolgere lo sguardo ai campi arsi dalla siccità, alle montagne ingiallite dal dilavamento perenne, per capire che le statistiche di Stato in una regione come la Sardegna sono specchietti per pipistrelli.

Ora più che mai, dinanzi all’incedere del degrado ambientale, ad una terra come la Sardegna servono progetti imponenti in grado di ripristinare il Creato violentato e usurpato da colonizzatori di Stato e di Regione.

Dal medioevo ai giorni nostri.

Non servono polemiche sterili ma
azioni concrete. Più Creato e niente distruzione.