MOBY-TIRRENIA, SPROFONDA IL BOND DA 300 MILIONI, MENO 72%

Chiamatelo come volete. Crollo o tracollo, caduta a picco o verticale, inabissamento o sprofondamento. Un dato è certo, la rovinosa prestazione nella borsa lussemburghese del bond emesso da Moby Tirrenia non ha fine.

Ora dopo ora, giorno dopo giorno, il mercato sta decretando la fine di quel prestito che ormai vale come carta straccia.

Chi ha investito 100 ora si ritrova ad avere nelle mani appena 28. Oggi la borsa ha segnato il nuovo minimo storico della quotazione: - 71,713. Ogni giorno un duro colpo sotto quella soglia del 30% che sembrava invalicabile e che invece da giorni viene demolita a suon di compravendite border line.

Il bond da 300 milioni è in caduta libera inarrestabile e il mercato lo punisce ogni giorno di più in attesa del verdetto del Tribunale di Milano chiamato a decidere sulle sorti del gruppo: fallimento, assoluzione controllata, commissariamento oppure verifica posticipata sui conti della compagnia.

Di certo il quadro è fin troppo chiaro: coloro che hanno investito 300 milioni di euro per finanziare il bond di Moby per acquistare Tirrenia non vogliono arrivare per ultimi con la compagnia senza liquidità e sopratutto senza patrimonio.

La notizia della vendita delle due navi ammiraglie del gruppo Moby Aki e Moby Wonder ha fatto sobbalzare gli azzardati investitori che hanno percepito la manovra a lunga distanza: svuotamento dei conti e cessione del patrimonio. Chi tardi arriva male alloggia. E siccome gli ultimi a vedere i soldi dovrebbero essere proprio coloro che hanno investito quella montagna di soldi per il bond di Moby Tirrenia hanno pensato bene di prevenire e bloccare la vendita delle navi con l'avvio delle procedure di insolvenza.

E la richiesta fatta al giudice è argomentata con tanto di prospettiva economica finanziaria, con l'ora X ben individuata, l'ora in cui non ci saranno più liquidità e il patrimonio sarà talmente esiguo tale da essere insufficiente a pagare il prestito acquisito alla Borsa di Lussemburgo.

Il giudice ha sottomano i conti, dati oggettivi con tanti elementi che lasciano prevedere con buona approssimazione quello che sta avvenendo, comprese le laute elargizioni concesse da Tirrenia ai proprietari della Moby.

Elargizioni a piene mani di cui dirò nelle prossime ore. Elementi che lasciano comprendere anche a un neofita di conti e giochi finanziari del maldestro svuotamento delle casse Tirrenia per finanziare la cassa di famiglia.

E non è un caso che qualche acquisto ipotetico di nuove navi è stato fatto guarda caso con una società nuova di zecca, senza alcuna esperienza, intesta ai figli di Onorato.

Dunque si svende il patrimonio della compagnia e i soldi finiscono tra un rivolo e l'altro a finanziare di fatto l'acquisto di navi per una società inventata per l'occasione.

Ne hanno ben donde i fondi internazionali a preoccuparsi a tal punto da chiedere il fallimento!

In questo quadro a tinte fosche è evidente che la decisione del Tribunale sarà dirimente ma assume anche una responsabilità di non poco conto dinanzi agli investitori ma anche verso i lavoratori della compagnia.

La situazione, infatti, ha un duplice risvolto: se Onorato vende le navi genera due effetti immediati, da una parte depaupererebbe il patrimonio utile a garantire i creditori e dall'altra mettere a serio rischio la continuità operativa della compagnia, che avrà meno navi e comunque ancora più vecchie.

Un cane che si morde la coda. E tutto questo costituisce un enigmatico dubbio su quel che sarà, solo per via di quella convenzione ancora illegittimamente in essere con lo Stato italiano. Se non ci fossero a bilancio quei 73 milioni di euro all'anno non saremo qui a dissertare sul fallimento o meno. Sarebbe default senza se e senza ma. E lo dice senza mezzi termini proprio l'agenzia Moody's nell'annunciare un suo report sul caso Moby.

Ma c'è dell'altro: cosa sta facendo il governo? Sta a guardare? Non è preoccupato del possibile default di una compagnia che gestisce, arbitrariamente, la continuità territoriale da e per la Sardegna?

Esiste un piano di messa in sicurezza della continuità territoriale o si aspetta che il disastro accada?

Ecco, forse, è il caso che ci si svegli, basterebbe leggere i conti per capire che non saranno rose e fiori.

Governo avvisato, mezzo salvato!