Non me ne vorranno i miei detrattori se, per una volta nella vita, proverò a dimostrare che Vincenzo Onorato non è quel che dicono.

Oso, qui e alla luce del sole di Sardegna, chiedere perdono per tante accuse immeritate che in questi anni con malagrazia ho rivolto a Mascalzone Latino.

Gli ho detto di tutto e di più, e da sempre, o quasi, gli ho attribuito una spregiudicatezza violenta nel governare i trasporti da e per la nostra amata terra.

Sono persino giunto ad attribuirgli la temerarietà di portarsi via i soldi dello Stato destinati alla Sardegna per i suoi affaracci.

L'ho accusato di avere navi vecchie e pericolose e di non badare mai alla qualità del servizio, sopratutto da quando ha iniziato ad intascare una vagonata di milioni di euro pubblici ( 73 per l'esattezza) per la continuità territoriale da e per la Sardegna.

Ebbene, qui e in pubblica piazza, sono costretto a chiedere venia!

Onorato non è quel personaggio spregiudicato e Mascalzone che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Nella notte, anzitempo, mi sono ricreduto.

Ad aprirmi gli occhi un vecchio uomo di mare, che per facilità chiamerò con il suo appellativo di battaglia, Capitan Selim.

E' lui che, sfidando le ire funeste della malasorte, mi ha indotto a cotanto ripensamento rievocandomi le gesta miracolose del prode Mascalzone.

Capitan Selim, senza svelare la sua anonima e silenziosa missione, è un sacerdote del mare.

Il suo compito è l'estrema unzione.L'accompagnamento all'ultima dimora è il rituale che contraddistingue la sua vita.

Non è un caso che la sua innata propensione alla benedizione finale si consumi sulle rive di Aliağa in Turchia, cittadina tutta petrolio e demolizioni, affacciata come una soglia fatale verso il paradiso nel Mare Egeo.

E' qui che l'antico rito si consuma, con le sirene rivolte a gran voce verso il cielo a segnare l'addio ai mari.

Aliağa è il cimitero della navi.

Immense, uniche, esclusive, militari e da crociera, sommergibili e ciclopiche.

Nella loro vita hanno solcato di tutto e di più, sino all'ultima riva, quella dove la mesta corsa si ferma per spiaggiamento.

Un rito quasi tribale. Un fuoco acceso sulla battigia, un fumo nero segnalatore dell'ultima sosta, l'accelerazione dei motori, lo schianto sulla terra ferma, l'onda lunga che si infrange nella risacca.

E' la fine. Navi costate fior di quattrini pronte alle cesoie e alle fiamme ossidriche incessanti che le radono al suolo per restituirle alle ridenti fonderie di acciaio usato.

Come non capire e immedesimarsi nel muto osservare di questo mesto ultimo gesto di navi piene di storia che si infrangono su scogli ridotti a sconsolati crematori del mare.

Capisco il Capitan Selim.

Lui quell'ultimo gesto d'addio l'ha immortalato per chiunque si sia presentato al cospetto di Aliağa.

Foto che parlano, video che irrompono negli occhi luccicanti della gente di mare.

Migliaia di immagini, un libro di storia. Come quando vai al camposanto e rivedi la vita terrena.

In questo eremo di fine corsa rileggi l'ondosa vita di mare di chi ha lasciato le acque gelide del nord Europa e quelle miti del nord Africa. C'è di tutto e di più.

Ma è qui, in questa platonica e sconsolata distesa di navi, ormai segnate con un codice a barre, che si è materializzato il Miracolo di Banasa, o Banassa!

Quella che vi sto per raccontare è la storia vera di un miracolo mai capitato prima nella necropoli di Aliağa.

Il calendario turco segna il 27 agosto 2015 quando il traghetto Banasa giunge alla sua estrema dimora.

Caldo turco, cantiere brulicante, nonostante le esequie continue.

Il primo vagito di questo anonimo traghetto marocchino è segnato il 26 luglio del 1974, nel cantiere navale di aHelsingør, in italiano Elsinora, ridente cittadina della Danimarca.

Un luogo ameno dove William Shakespeare ha ambientato l'essere o non essere di Amleto.

E per Banasa l'amletico dubbio di "essere o non essere" è stato una costante di vita. Sino all'ultimo, quando chiunque, ormai, sapeva di "essere" arrivato all'ultim'ora.

Spiaggiato, con tanto di sirene e ricorsa sulla battigia. Foto e commiato. Come s'addice all'addio estremo ad un glorioso quanto sconosciuto solcatore di mari estremi.

Nessuno avrebbe mai immaginato che quel che stava per accadere a quel traghetto destinato alle cesoie più violente del cantiere turco.

Più di una volta Banasa si era sentito giunto all'ultim'ora ma mai come in quell'occasione lo spiaggiamento era sinonimo di fine vita.

La prima vera navigata dell'ormai defunto traghetto risale al 26 febbraio dell'anno del signore 1974, con la compagnia di navigazione danese Mols Linien.

Fu messo in servizio sul collegamento tra Ebeltoft e il terminal traghetti di Odden, in Selandia. Rimase in servizio su questa linea per i successivi 21 anni, sino a marzo 1996 quando andò in disarmo a Grenaa.

Nel novembre del 1996 nuova vita.

A rianimarlo ci pensa la compagnia marocchina Comarit, che gli diede il nome di Banasa (inizialmente Banassa). Da subito in servizio tra Algeciras e Tangeri.

Nel maggio 2003 un guasto ai motori. E' la prima avvisaglia della stanchezza.

I marocchini non si danno per vinti e tentano di rianimarlo. I motori principali vengono sostituiti e Banasa, nel maggio 2004, ritorna ai collegamenti tra Marocco e Spagna.

Nel 2012, le difficoltà economiche della compagnia marocchina, fanno il resto.

La nave fu fermata nel porto di Algeciras e li rimase in stato di totale abbandono sino al maggio 2015 quando l'autorità portuale marocchina la mette all'asta.

Banasa viene venduta per la demolizione nei cantieri di Aliağa, in Turchia, il cimitero delle navi. Ad agosto 2015 la rincorsa e lo spiaggiamento.

E' a quel punto che il miracolo si sta per compiere.

Un'istante prima che le cesoie entrassero in azione la compagnia greca European Seaways, non si sa se per mandato o in autonomia, acquista Banasa.

Tutti increduli all'incedere di un rimorchiatore che lentamente la sfila dai catorci mozzati di prua e di poppa che la circondano in ogni dove.

Il miracolo del salvataggio è compiuto.

A ottobre la nave, ribattezzata Galaxy, viene rimorchiata a Perama, in Grecia, dove rimane in disarmo fino a dicembre.

Da un cimitero turco ad un loculo greco il passo è breve.

Sino a quando Vincenzo Onorato, San Mascalzone Latino da Napoli, profeta di vernice e pennello, non decide di restituirla a miglior vita.

Miracolo. La Moby Lines, incurante della malasorte, rimorchia Banasa nei cantieri Palumbo di Malta.

Tenta di rianimarla con vernice e pennello, paperotti e paperini, Walt Disney ovunque per festeggiare la resurrezione di una nave già morta e sepolta.

E come si conviene nei miracoli dopo la morte la rinascita impone un nuovo battesimo: Moby Kiss.

Una storia da strappa lacrime, da Banasa a Moby Bacio, da Aliağa a Livorno, per servire la rotta con Bastia, dopo quattro anni di disarmo e spiaggiamento!

Il 24 marzo 2017 la Moby Kiss entra in servizio tra Piombino e Portoferraio. Tre mesi più tardi la nave si ferma, problemi meccanici. Temporaneamente tolta dal servizio.

Moby Kiss resiste. Il miracolo continua sui collegamenti da e per l'Isola d'Elba sino all'estate 2018 con lo sbarco a Nizza. Nell'estate 2019 rientra in servizio sulla linea Livorno-Bastia e Piombino-Bastia.

La sorella-gemella di Banasa è stata meno fortunata, nel 2004 è stata demolita ad Aliağa con il nome di Tama.

I miracoli non sono per tutti!

San Vincenzo Onorato da Napoli è riuscito laddove solo uno aveva osato. Capace come pochi di risuscitare i morti, di restituire a nuova vita catorci di ogni genere grazie a pupazzetti e cotillons, vernice e pennello.

Capitan Selim ancor oggi invoca il miracolo, quello di chi in questa terra desolata d'Italia consente che una nave già spiaggiata per la demolizione ritorni in vita, a 45 anni, senza colpo ferire.

Un miracolo, compiuto con la mano a sinistra, la parte del cuore, quella del portafoglio!

Con tanti proverbiali silenzi e l'innata propensione a chiudere gli occhi davanti ai miracoli di San Vincenzo Onorato!

Habemus Sanctum Aliağa.

p.s. Nella foto Banasa nel cantiere di Aliağa, prima della demolizione, prima del miracolo!