GENERALI E MINISTERO DELLA DIFESA VOLEVANO COLPIRMI PER LE MIE DENUNCE SU TEULADA

OGGI IN TRIBUNALE A CAGLIARI L'INTERROGATORIO DEL LEADER DI UNIDOS - LA SINTESI DELLA DIFESA DI MAURO PILI

Non avendo avuto modo di chiarire da subito la mia posizione rispetto alle accuse che mi vengono mosse intendo ricostruire il contesto in cui i fatti si sono svolti, confermando preliminarmente la decisione di rinunciare alla prescrizione di ogni eventuale ipotesi di reato e, così come anticipato dai miei legali, chiedo di avvalermi in questo procedimento del rito abbreviato.

Cercherò succintamente e spero con chiarezza documentale di spiegare gli antefatti e i fatti del 3 agosto del 2014 e di inquadrarli nel contesto della mia attività politica, istituzionale e parlamentare.

Mi sia consentito di soffermarmi su quattro questioni fondamentali:

  1. i fatti contestatimi vanno inquadrati nell’ambito delle iniziative istituzionali e politiche che ho assunto nello svolgimento della funzione di parlamentare con riferimento alla questione più generale delle servitù militari in Sardegna e nel dettaglio sull’utilizzo, la privazione alle comunità locali e la devastazione ambientale del poligono militare di Teulada;

  2. l’ordinanza 67/2011, la cui violazione mi viene indebitamente contestata, alla luce degli atti che consegnerò, appare palesemente immotivata, illogica e irrazionale, oltre che priva dei più elementari presupposti. Elementi tutti tali da presupporre la disapplicazione o, ove ritenuto necessario, integrarla con l’obbligo alla bonifica dell’area oggetto della stessa;

  3. l’atteggiamento persecutorio messo in atto palesemente e reiteratamente dai vertici militari sia relativamente alla vicenda oggetto di questo procedimento;

  4. l’assoluta inconsistenza delle accuse che mi vengono mosse non avendo il sottoscritto mai contravvenuto alle disposizioni richiamate, inconsistenza che d’altra parte fa emergere un comportamento grave e lesivo della mia persona da parte dei vertici militari e di coloro che hanno operato nella giornata del 3 agosto del 2014;

IL CONTESTO POLITICO E ISTITUZIONALE

Dai verbali agli atti di questo processo, dalle dichiarazioni rese dai vari rappresentanti del Ministero della Difesa, dai capi di imputazione sollecitati dai vertici militari, (resistenza a pubblico ufficiale e istigazione a delinquere) emerge in modo chiaro e inequivocabile che le contestazioni rivoltemi appartengono palesemente ad una sfera politica e in particolar modo si rivolgono alla mia funzione parlamentare.

Avrò modo più avanti di esplicitare tale evidenza con gli atti connessi.

Mi sia consentito, qui ed in premessa, però, di rappresentare il contesto in cui tali episodi si sono verificati e la mia personale posizione relativamente al tema sostanziale oggetto di questo processo: l’occupazione militare della Sardegna e il divieto a cui sono sottoposte immense distese di territori e di coste dell’intera isola.

Spero non si voglia derubricare questo ad una mera quanto inesistente violazione di un’ordinanza ma possa essere l’occasione per far emergere in tutta la sua gravità il tentativo di mettere in discussione la libertà di espressione del pensiero, dell’azione politica e parlamentare, nonché del tentativo messo in atto da parte dei vertici militari di manipolare i fatti con il tentativo di sfuggire a ben più gravi responsabilità sia sul piano della pubblica incolumità che del disastro ambientale consumato nel territorio di Teulada.

E’ indispensabile per comprendere il contesto generale in cui si muovono tali accuse richiamare solo per un attimo la mia personale posizione sulle servitù militari manifestata reiteratamente e in tempi non sospetti.

Sin dal 1984, come si può evincere dalle cronache dei quotidiani di allora, ho promosso e organizzato manifestazioni studentesche contro l’occupazione militare della Sardegna.

Da Presidente della Regione tra il 2001-2003 ho proposto e istituito la prima e unica commissione d’inchiesta regionale sull’inquinamento nei poligoni militari della Sardegna con particolare riferimento alle malattie contratte nel poligono di Quirra da militari e civili.

Nella mia attività parlamentare, nell’ambito dei poteri assegnati dalla Costituzione, ho reiteratamente posto all’attenzione della Camera dei Deputati la questione dell’occupazione militare della Sardegna contrastando con centinaia di atti e interventi la dislocazione nell’isola del 70% dei poligoni militari italiani con l’occupazione di ben 35.000 ettari, senza considerare le immense estensioni di costa, compresi gli specchi acquei interdetti all’utilizzo e alla fruizione, sia per la pesca che per il turismo.

Tale attività parlamentare si dispiegava in una puntuale analisi degli aspetti relativi alla sottrazione di porzioni così imponenti del territorio sardo alle comunità locali e dall’altra la violazione delle più elementari norme in materia di tutela ambientale.

In quest’ambito si inquadrano le attività più approfondite, con diversi atti di sindacato ispettivo che richiamo e consegno, messe in atto nei mesi immediatamente prima agli episodi contestati.

Atti che hanno portato ad una reazione offensiva e in alcuni casi violenta nei miei confronti, reazione palesemente orchestrata da ambienti militari irritati per tale mia azione parlamentare e ispettiva che mai era stata messa in atto nei confronti dell’occupazione militare di quei territori.

I fatti contestatimi vanno contestualizzati rispetto agli atti di sindacato ispettivo che qui si richiamano e ad una puntuale denuncia rivolta alla procura della Repubblica sul disastro ambientale del giugno del 2014.

Al 20 febbraio 2014 risale il primo atto di sindacato ispettivo del 2014 in cui si poneva in maniera esplicita l’esigenza di una riconversione del poligono, previa bonifica e rifunzionalizzazione turistica delle aree militari dismesse.

Il 24 febbraio 2014, ad integrazione della precedente, viene proposto un atto parlamentare rivolto al ministero dell’economia e della difesa con i seguenti dispositivi conclusivi:

  1. attuare tutte le azioni necessarie a bonificare e recuperare allo sviluppo economico tutte le aree destinate a zone militare considerate le vocazioni naturali della Sardegna e di quelle aree site nel territorio del comune di Teulada;

  2. predisporre un piano di equi indennizzi sia pregressi che futuri per compensare le gravi ricadute economiche sul territorio;

  3. sottoscrivere con la Regione Sardegna un piano di dismissione delle zone militari previa bonifica rilevante delle stesse;

  4. vietare qualsiasi tipo di attività che danneggi e inquini in modo irreversibile le bellezze naturali della Sardegna a partire dal patrimonio paesaggistico e naturalistico delle coste dove sono insite le basi militari della Sardegna;

Il 9 giugno del 2014 il sottoscritto presenta alla Procura di Cagliari un esposto denuncia di 18 pagine in cui si rappresenta con atti, rilievi e studi il “disastro ambientale, naturalistico e archeologico che si sta perpetrando nell’area protetta di Teulada, base militare della Nato”;

Il 13 giugno con un’interrogazione parlamentare si rivolgono una serie di quesiti al ministero dell’ambiente, dei beni culturali, della difesa e della giustizia:

  1. relativamente alla devastazione ambientale e archeologica citata nell’atto si chiede se risultino avviate indagini in ordine ai fatti richiamati;

  2. verificare la sussistenza di responsabilità in relazione ad ipotesi di omissione di atti di controllo a tutela dei patrimoni di pertinenza e competenza dei loro rispettivi Ministeri in quanto informati dei fatti;

  3. comunicare i fatti al presidente della commissione europea in relazione al mancato controllo e eventuali violazioni di disposizioni comunitarie;

Ben si può comprendere, dunque, il grado elevato di tensione, a tratti di violento disprezzo, che si registrava nei confronti del sottoscritto accusato di violare l’intoccabilità dell’occupazione militare della Sardegna.

L’apice del duro contrasto con i vertici militari e i rappresentanti del governo si raggiunge il 18 giugno del 2014 quando il sottoscritto promuove a Teulada la contro-conferenza sulle servitù militari in svolgimento contemporaneamente nella caserma della Cecchignola a Roma, alla presenza del ministro della Difesa Pinotti e del Presidente della Regione Pigliaru.

L’iniziativa della contro-conferenza alla quale parteciparono cittadini, associazioni, sindacati , docenti universitari, archeologi sfociò in serata nella marcia sulle dune di Teulada.

Tali azioni e la forte mobilitazione dell’opinione pubblica servirono ad impedire al presidente della regione di sottoscrivere qualsiasi accordo relativo al prosieguo dell’attività militare.

L’atteggiamento nei confronti del sottoscritto risultava sempre più persecutorio teso ad impedire l’acquisizione di documenti e allo svolgimento della propria attività, comprese giustificazioni puerili tese a far slittare le visite ispettive richieste secondo le procedure autorizzative. In tal senso si registrava un forte legame politico dei vertici militari con l’allora sottosegretario delegato, tale generale Domenico Rossi, che della base di Teulada ne era stato comandante.

Una complicità tra i vertici militari e quelli politici tesa a rafforzare il muro impenetrabile sulla gestione del poligono e a mantenere inalterate le porzioni di territorio indebitamente occupate e devastate dalla Difesa.

I PRESUPPOSTI ILLOGICI E IRRAGIONEVOLI DELL’ORDINANZA

Il caso che mi vede coinvolto ruota intorno alla dirimente questione legata al contesto ambientale, al pericolo per la pubblica incolumità e la insostenibile occupazione militare di una porzione importante del territorio sardo.

Tale situazione contraddittoria si esplica in un’ordinanza illogica e irragionevole vista l’applicazione che della stessa ne viene fatta.

L’ordinanza e la sua applicazione superficiale risulta protesa solo ed esclusivamente alla difesa pervicace di spazi di occupazione militare che niente hanno a che vedere con la sicurezza dei natanti e dei bagnanti.

Ordinanza che il sottoscritto non ha mai violata ma che, proprio per la sua irragionevolezza e illogicità, andrebbe disapplicata o riformata da un’autorevole tribunale come questo.

E’ evidente dalla stessa ordinanza che non esiste nessuno studio che provi l’esistenza nei fondali di materiale esplosivo e che tale divieto di ormeggio, pesca o bagno sia esclusivamente funzionale ad una sottrazione dell’area marina alla fruizione anche nel periodo estivo.

Tale ordinanza se avesse i corretti presupposti di legge dovrebbe certificare l’esistenza degli ordigni inesplosi e nel contempo ordinare la messa in sicurezza dell’area.

Appare incomprensibile come possa esistere un’ordinanza di divieto per pericolo e nel contempo non sia con certezza e puntualità individuato il rischio e non venga, a distanza addirittura di 5 anni dall’accaduto, ordinato il ripristino dell’area a mare e non solo!

Delle due l’una se esiste il pericolo questo va individuato e rimosso e l’ordinanza andrebbe riformata nel senso che il transito, l’ormeggio e il bagno sono vietati sino alla rimozione del pericolo che deve avvenire in tempi immediati e certi.

Se, invece, fossero veritieri gli studi e le analisi della Nato, che consegno, dai quali emerge che non esistono residuati esplosivi in quell’area l’ordinanza va annullata per assenza di presupposti.

Per questa ragione, ancor prima di entrare nel merito dei fatti del 3 agosto 2014 ritengo necessario ribadire l’assoluta irrazionalità e irragionevolezza dell’ordinanza che proprio nell’ambito di questo procedimento si chiede venga disapplicata o riformata:

1) l’ordinanza è priva di presupposti relativamente alle indagini sui fondali;

2) non risultano agli atti dell’ordinanza segnalazioni puntuali e dettagliate relative alla presenza o meno di ordigni inesplosi nei fondali tali da far emergere in maniera inequivocabile l’esigenza di tale divieto;

3) per questo motivo si consegna il documento predisposto dalla Nato dal quale si evince che non risulterebbero ordigni nei fondali oggetto di ordinanza;

4) qualora, invece, si ritenesse di dover acquisire ulteriori elementi probatori relativi alla presenza di ordigni inesplosi si renderebbe necessario riformare tale ordinanza nel senso di ordinare la bonifica degli stessi areali in virtù delle norme vigenti in materia di bonifica di siti militari al fine di provvedere al ripristino dei luoghi, con particolare riferimento alle porzioni a mare, con il risanamento previa bonifica dei fondali;

I FATTI DEL 3 AGOSTO DEL 2014

La mobilitazione del mese di Giugno per proporre all’attenzione del parlamento e dell’opinione pubblica sarda il tema dell’occupazione sempre più invasiva della Sardegna aveva indotto numerosi cittadini a rivolgersi al sottoscritto per segnalare abusi e atteggiamenti messi in essere dai vertici militari nell’area di Teulada, con particolare riferimento a quella a mare.

In questo contesto mi veniva segnalato l’atteggiamento arrogante e invasivo che veniva riservato a natanti locali e turisti nell’area costiera del poligono.

In tal senso fui invitato da comitati e cittadini di Teulada, nella giornata di domenica 3 agosto 2014, ad un sopralluogo in mare teso a documentare i fatti per poi sottoporli all’attenzione del parlamento.

E con quell’obiettivo, insieme a tre gommoni, raggiungemmo le aree a mare oggetto dell’ordinanza ben consci del divieto, che come detto ritenevo illegittimo, irrazionale e irragionevole, di ancorare, pescare e farsi il bagno.

Nessuno di questi divieti è stato mai violato da parte del sottoscritto.

L’obiettivo era, dunque, documentare l’arroganza e l’invasività di chi, il 3 di agosto, sottolineo il 3 di agosto a suon di megafoni cacciava da quell’area centinaia di turisti. L’intento politico era quello di denunciare all’opinione pubblica quella inaccettabile privazione di una porzione così rilevante della costa sarda senza alcuna ragionevole motivazione.

Nonostante questo fosse evidente a chiunque con l’arrivo delle imbarcazioni dell’esercito e della capitaneria compresi da subito che l’intento non era quello di far rispettare l’ordinanza ma quello di impedirmi in ogni modo di documentare quanto stava avvenendo.

E non sfuggirà il fatto che nei verbali e nelle dichiarazioni rese dai soggetti denuncianti non si pone mai il problema della violazione o meno dell’ordinanza ma l’obiettivo è semmai quello di perseguire colui che viene ripetutamente definito l’on. Pili, proprio a riconoscere la funzione politica e istituzionale.

In tal senso sono esaustive le dichiarazioni rese dai vari soggetti e riprodotte nel fascicolo processuale.

Mi sia consentito di ripercorrerle rapidamente:

1) Comunicazione comandante 1° Reggimento Corazzato – Nucleo Carabinieri Polizia militare - pag. 11 – 13 fascicolo

in relazione a tale comunicazione di reato redatta in data 18 agosto 2014 si evince quanto segue:
a) il comandante Mar. A.S. Pancrazio Montei in forma del tutto arbitraria e destituita di qualsiasi fondamento mette in relazione i fatti riguardanti un articolo di giornale (la Repubblica) e la presenza del sottoscritto nell’area oggetto di segnalazione;
b) emerge chiaramente e da tutti gli atti che niente può mettere in relazione l’articolo e l’operato dell’articolista e quanto si è verificato il giorno 3 agosto del 2014 nell’area di mare prospicente Capo Teulada;

c) tale tentativo di accumunare le due distinte contestazioni denota un’evidente superficialità dei soggetti che hanno concorso a redigere tale segnalazione alla Procura della Repubblica;

d) superficialità e confusioni che emergono nella descrizione e nella contestazione riportata nella stessa comunicazione a partire dalla quart’ultima riga della pagina 12 del fascicolo;

e) a prescindere dall’ imprecisa e impropria descrizione temporale dei fatti, sin dalle prime righe di tale contestazione emerge il tentativo evidente di perseguire il sottoscritto nella sua funzione parlamentare e non già semplice come cittadino sardo;

f) atteggiamento persecutorio che si evince proprio dalla considerazione che viene svolta dallo stesso redigente della comunicazione dove afferma che, “tra le barche presenti spuntava un gommone con a bordo l’On. Mauro Pili…”

g) già questo presupposto lascia comprendere due elementi gravi nella narrazione dei fatti: il primo riguarda il fatto che ci fossero nel sito “barche presenti” e quindi presumibilmente ancorate o comunque già presenti prima dell’arrivo del gommone con a bordo l’on. Pili considerato che si afferma che quel gommone “spuntava” lasciando comprendere che tale gommone fosse palesemente in movimento, e quindi non ancorato, non intento a pesca e che l’on. Pili fosse a bordo;

h) già questa prima affermazione del comandante lascia intendere che il sottoscritto non stesse commettendo alcun illecito della richiamata ordinanza 67/2011 della capitaneria di porto di Cagliari sulla cui applicazione ed efficacia si dirà in seguito;

i) nel prosieguo dell’esposizione il Comandante Tundo racconta: l’on. Mauro Pili che con un computer filmava tutto quello che stava accadendo. Appare fin troppo evidente che nessun computer fosse nella disponibilità del sottoscritto che utilizzava il suo smart phone per documentare quanto stava avvenendo. In questa affermazione si denota non solo la superficialità descrittiva dei fatti ma si conferma che il sottoscritto non sia mai sceso dal gommone e che lo stesso risultava sempre in transito nell’area, mai ormeggiato;

j) il comandante riferisce che il M.llo Tundo “si avvicinava allo stesso chiedendogli di non filmare la motovedetta in quanto in servizio”; tale intimazione oltre che destituita di ogni fondamento giuridico si configura come un palese tentativo di intimidire il sottoscritto, sia nella sua funzione di parlamentare della Repubblica sia in quella di giornalista professionista.

Quella disposizione perentoria, quanto destituita di fondamento giuridico, che sarebbe stata invocata dal M.llo Tundo appare con un abuso di potere messo in atto per tentare di restringere la libertà costituzionalmente riconosciuta all’informazione e alla libertà di espressione del sottoscritto;

k) nel contempo sempre secondo quanto riportato nella comunicazione del comandante avrei risposto all’intimazione: “io riprendo quello che voglio”;

affermazione che, se mai ce ne fosse bisogno, ribadiva l’assenza in quell’area di qualsiasi divieto a fare riprese video;
nessuna disposizione risultava in essere relativamente al fatto che quanto stava avvenendo potesse essere ripreso;

l) non risulta da nessun atto e da nessun verbale che tale motovedetta e il suo personale a bordo abbia mai intimato al sottoscritto di levare l’ancora, cessare la pesca o di non fare il bagno, posto che il sottoscritto conosce perfettamente il livello di degrado ambientale a cui è stata sottoposta quell’area e su questo si ritornerà successivamente;

m) successivamente “la motovedetta – è scritto nella comunicazione alla Procura – si spostava verso Porto Zafferano per procedere alle stesse operazioni, in quanto vi erano altre barche all’ancora”. Tale affermazione conferma quanto già affermato precedentemente sul palese e reiterato atteggiamento persecutorio nei confronti del sottoscritto, che nonostante non fosse ancora presente in quell’area viene segnalato nuovamente subito dopo intento “a filmare e discutere con alcuni diportisti”, come se si trattasse di un reato anche discorrere con alcuni diportisti!;

n) tali affermazioni confermano evidenti omissioni da parte degli estensori della denuncia proprio perché non solo platealmente non si perseguono coloro che sarebbero stati all’ancora ma ci si occupa di un gommone che transita in quell’area senza mai ormeggiare, con il sottoscritto sempre a bordo e mai intento a fare il bagno o pescare;

o) tale comportamento lascia intendere che tale comandante abbia palesemente omesso di perseguire terzi in palese violazione dell’ordinanza richiamata, senza mai porsi nemmeno il problema di chi fosse alla guida del natante e chi ne fosse l’armatore, ma abbia specificatamente e arbitrariamente voluto perseguire il sottoscritto senza alcuna plausibile prova e con la evidente e dichiarata assenza di qualsiasi ipotesi di reato;

p) posto che le “accuse” riportate nella comunicazione sono quelle di “filmare e discutere con alcuni diportisti” si evidenzia come l’operato del comandante delle operazioni fosse teso piuttosto che a far rispettare l’ordinanza a perseguire il sottoscritto con argomentazioni puerili e destituite di ogni fondamento giuridico e penale;

q) nel prosieguo della comunicazione si afferma: “si avvicinano all’Onorevole Pili altri due gommoni ai quali, venivano distribuite delle bandiere dei quattro mori”; anche in questo caso il racconto dei fatti fa emergere la totale contraddizione con le accuse mosse al sottoscritto. Risulta, infatti, evidente da quanto riportato nella comunicazione alla procura, come del resto è, che non è il sottoscritto a distribuire le bandiere ma sono occasionali frequentatori della costa a richiederle, avvicinandosi al gommone, per esprimere una spontanea solidarietà al popolo sardo per le violazioni subite nella gestione dell’ambiente e della natura di quel territorio;

r) la comunicazione riporta, poi, la seguente affermazione: “inscenando una sorta di manifestazione non autorizzata”; tale affermazione oltre che destituita di ogni prova in merito al fatto che si trattasse di una manifestazione lascia intendere ancora una volta il tentativo maldestro del denunciante di manipolare i fatti utilizzando l’ambigua, inutile, fumosa, capziosa formulazione di “una sorta” di manifestazione; Essi stessi nel descriverla sono costretti a richiamare un termine inutile come la definizione di “una sorta” di manifestazione; Appare evidente che se si fosse trattato di una manifestazione avrebbero dovuto con precisione indicare le modalità di svolgimento di questa manifestazione e ovviamente fornirne supporto video e di prova, considerato che gli stessi componenti dell’equipaggio hanno abbondantemente ripreso e fotografato quanto stava avvenendo; il fatto stesso che non abbiano fornito tali prove, appare fin troppo evidente, lascia emergere la totale inconsistenza dei rilievi mossi;

s) la comunicazione alla Procura afferma, poi: “istigando i presenti a non abbandonare la zona in quanto si trovavano in terra sarda e non potevano essere mandati via”; l’utilizzo del termine “istigando” si configura come una vera e propria calunnia rivolta a sottoscritto che non solo non è dedito ad istigazione alcuna ma che si assume in toto la responsabilità di ciò che fa nella sua azione politica e di libero cittadino sardo. Il sottoscritto in quella giornata non ha dialogato con nessuno dei natanti presenti, proprio perché era intento, come dimostrano i video pubblicati, a registrare e documentare con la propria voce, in presa diretta, quanto stesse avvenendo da parte delle motovedette che in piena estate svolgevano un servizio di pattugliamento proteso solo ed esclusivamente a perseguire il sottoscritto;

t) l’accusa che il sottoscritto stesse “istigando” i presenti è non solo falsa ma è illogica e destituita di qualsivoglia riscontro. Il sottoscritto non era dotato di alcune strumentazione microfonica e tantomeno di megafono, lo specchio acqueo sul quale erano presenti decine di imbarcazioni non avrebbe consentito nessuna comunicazione “a voce” tale da configurarsi come istigazione; appare poi fin troppo evidente che l’atteggiamento del comandante del Reggimento fosse proteso esclusivamente a limitare la mia libera iniziativa politica quando afferma che avrei sollecitato il non abbandono della zona “in quanto si trovavano in terra sarda”; per tale estensore della comunicazione alla Procura e eventuali ispiratori appare evidente l’assoluta assenza delle più elementari nozioni geografiche a tal punto da considerare plausibile di istigazione l’aver affermato che tali natanti si trovassero in terra sarda. Sfugge a costoro la più elementare conoscenza della geografica, dell’identità e della connotazione univoca del Popolo Sardo;

u) il sottoscritto, secondo quanto riportato nella comunicazione avrebbe affermato che i natanti “non potevano essere mandati via”; affermazione falsa e destituita di ogni possibile prova in quanto il sottoscritto non solo non ha mai dialogato con i natanti ma non ha mai invitato i natanti a restare proprio perché lo scopo della mia presenza era quello di denunciare l’arroganza e la tracotanza dell’esercito e dei suoi vertici nell’uso improprio dell’ambiente e della natura di quel territorio; pertanto l’invito perentorio a lasciare l’area e l’abbandono delle barche costituiva la prova evidente del comportamento di tali rappresentanti delle autorità militari;

v) al fine di rendere ancor più artificioso il verbale il comandante affermava, poi, che “vista l’ostinazione del Pili che continuava ad aizzare gli animi”; tale dichiarata ostinazione è non solo destituita di ogni fondamento, contraria ai fatti, non provabile in alcun modo e palesemente arbitraria proprio perché “l’ostinazione” non si manifesta se non con il libero arbitrio di chi la interpreta, come in questo caso. Appare destituita di fondamento la reiterata accusa di “aizzare” posto che tale comportamento non solo non è mai avvenuto ma non risulta in alcun modo dimostrabile considerato che il sottoscritto non ha mai rivolto un solo invito ai natanti presenti;

w) tale atteggiamento persecutorio si manifesta anche nell’ultimo capoverso della comunicazione dove si afferma che la CP 812 giunta in rinforzo al Reggimento Corazzato “provvedevano a sgomberare le ultime barche rimaste all’ancora, probabilmente forti dell’apporto dell’on.Pili che nel frattempo si era spostato in Porto Scudo”; anche in questo caso emerge palese ed evidente il tentativo reiterato di perseguire il sottoscritto nella sua azione di denuncia politica e si arriva persino ad accusarlo di un ipotizzato, quanto campato per aria, sostegno ai natanti ancorati che avrebbero resistito “forti dell’apporto dell’on. Pili”. Affermazione che rasenta il ridicolo proprio perché tale paventato apporto sarebbe potuto essere solo ideale considerato che la stessa comunicazione dichiara che il sottoscritto si sarebbe spostato altrove, verso Porto Scudo.

Da queste affermazioni si evince: il sottoscritto non poteva dare nessun apporto in quanto si trovava su di un gommone da altra parte, che il tentativo, maldestro di far passare come reiterata violazione la presenza del sottoscritto in altra area interdetta, Porto Scudo, fa comprendere la totale azione persecutoria nei confronti del sottoscritto che dinanzi a diverse decine di imbarcazioni presenti nell’area viene non solo inseguito ma accusato di fatti inesistenti, perché, come affermano in tutta la comunicazione, si fa emergere che il sottoscritto non abbia mai ormeggiato, mai fatto il bagno, o pescato e che se solo si ricostruisse la rotta descritta da tale comunicazione si accerterebbe che il sottoscritto ha semplicemente transitato nello specchio acqueo davanti a Capo Teulada;

2) ANNOTAZIONE DI SERVIZIO DI APP.S. CARA MARCO LUIGI – pag. 21-22 fascicolo

a) nell’annotazione di servizio si evince che alle ore 11.00 l’app.s. Cara Marco Luigi giunto in località Porto Zafferano notava, da 2 km di distanza, che sullo specchio d’acqua antistante e fino alla spiaggia, sita all’interno della penisola interdetta, vi erano “una quarantina di imbarcazioni all’ancora, circa 20 persone che passeggiavano sulla spiaggia di Zafferano”.

b) Verso le ore 12.00 – scrive Cara – notavo due gommoni quasi identici di colore e lunghezza muoversi pian piano affiancati uno con l’altro ed in di questi sventolare una decine di bandiere dei quattro mori. Notavo che una delle bandiere è stata passata al gommone grigio e avvicinandosi poi ad altre imbarcazioni notavo che solamente due fra le tante prendevano le bandiere. Subito dopo quattro gommoni con le bandiere al vento sono partiti lentamente ed era in testa il gommone che aveva distribuito le bandiere, transitavano nelle mie vicinanze e constatavo che una delle tre persone a bordo stava facendo delle riprese tramite un computer portatile che teneva tra le mani; Nella circostanza mentre io seguivo la scena guardando attraverso i binocoli, mi è sembrato di riconoscere la persona nel onorevole Mauro Pili;

c) vale solo la pena far rilevare che tale appuntato aveva rilevato 40 imbarcazioni all’ancora e 20 persone in spiaggia, dunque in violazione delle disposizioni; tale appuntato nel violare i suoi obblighi d’ufficio si soffermava su dei gommoni in movimento dove, a suo dire, c’erano una decine di bandiere e una delle persone a bordo che filmava con un presunto computer portatile;

d) appare evidente che la ricostruzione dei fatti fa emergere la totale violazione delle disposizioni regolamentari di presidio dell’area rispetto alle violazioni accertate ma non perseguite, 40 imbarcazioni all’ancora e 20 persone su arenile, ma soprattutto tale app.s. Cara svolgeva azione di “gossip” ignorando i suoi compiti d’ufficio che prevedevano semmai la segnalazione di numeri di registro delle imbarcazioni ormeggiate e l’identificazione delle persone in spiaggia;

e) non solo non svolgeva i suoi compiti d’ufficio ma si dilettava ad osservare i volti delle persone a bordo dei gommoni in transito, a fronte delle 40 imbarcazioni all’ancora;

f) tale grave comportamento non solo ha fatto venir meno i propri compiti ma ha messo a serio repentaglio la sicurezza dei natanti e dei turisti sull’arenile;

g) appare evidente che un passaggio di due bandiere del Popolo Sardo non costituisca un reato e tantomeno un’avvisaglia di qualsivoglia manifestazione posto che la priorità per l’app.s. Cara così come dei suoi superiori sarebbe dovuta essere quella di occuparsi solo ed esclusivamente delle violazioni in essere; tale comportamento ha fatto venir meno i fondamentali obblighi di servizio e di funzione, e in tal senso si chiede di valutare le eventuali omissioni in base alle violazioni in essere;

3) INFORMATIVA COMANDO 1° REGGIMENTO CORAZZATO A PROCURA MILITARE – pag. 74 fascicolo

Il Colonnello Comandante di corpo, ufficiale di polizia giudiziaria Sandro Branca comunica alla Procura Militare quanto segue:

“Approssimativamente verso le ore 12.00 del 3 agosto 2014 la motovedetta EI 321 rilevava la presenza di circa 50 imbarcazioni alla fonda di cala Brigantina ( penisola del poligono Militare permanentemente interdetta per la presenza di ordigni inesplosi) e Cala Zafferanu”;

a) anche in questo caso un diretto superiore, comandante in capo del 1° Reggimento Corazzato, con notevole ritardo e con palese omissione dei fatti riscontrati scrive alla Procura Militare che “50 imbarcazioni erano alla fonda di cala Brigantina e Cala Zafferano”;

b) in tale comunicazione non si evince nessuna puntuale e dettagliata segnalazione di chi abbia violato le disposizioni ma si registra un gravissimo errore da parte dello stesso comandante del reggimento che allerta una capitaneria sbagliata, quella di S.Antioco, visto che quella competente era quella di Cagliari;

c) appare davvero singolare e grave che un ruolo apicale di quella funzione ignori le più elementari competenze sul territorio;

d) lo stesso allarme risulta gravemente e responsabilmente tardivo proprio perché le 50 imbarcazioni alla fonda erano state segnalate già un’ora prima ma con ogni probabilità vi erano già da molto prima;

e) il comandante ignora totalmente il pericolo che corrono quelle imbarcazioni, se fosse vero il presupposto dell’ordinanza, per occuparsi di perseguire il sottoscritto, un fatto di una gravità inaudita;

f) considerato che l’Esercito ha parlato di grave pericolo appare fin troppo evidente che tale superficialità e negligenza nella gestione dell’emergenza costituisca una grave responsabilità del comando prima di tutto;

g) nella stessa informativa il Comandante Branca, afferma che alle 12.15 “tra le imbarcazioni presenti, veniva individuato l’on. Mauro Pili a bordo di un gommone, il quale si aggirava tra i natanti”; in questa prima affermazione si conferma tutto lo spirito persecutorio nei confronti del sottoscritto da parte del comando che anziché occuparsi delle 50 imbarcazioni alla fonda, si preoccupava di individuare la presenza del sottoscritto a bordo di un gommone che si “aggirava” tra le imbarcazioni; lo stesso termine aggirava, destituito di ogni perseguibilità, lascia comprendere, se ce ne fosse ancora bisogno, che il gommone in cui era ospitato il sottoscritto non era mai stato ormeggiato ma sempre in transito nell’area;

h) il comandante, dunque, metteva in atto un comportamento gravemente omissivo relativamente all’individuazione delle 50 imbarcazioni alla fonda e si occupava anch’egli del gossip relativamente alle persone a bordo di un modesto gommone che aveva a bordo l’unico elemento di riconoscibilità le bandiere del Popolo Sardo;

i) tale comportamento metteva gravemente a rischio la pubblica incolumità considerato che lo stesso comandante parlava di “imminente pericolosità”; tale ritardo nell’attivazione dell’intervento, l’errore della capitaneria di competenza e soprattutto la perdita di tempo nell’accertare la presenza del sottoscritto in un gommone costituiscono atto grave;

j) in totale contraddizione con quanto affermato dai suoi sottoposti il Comandante Branca si inventa di sana pianta un avvicinamento “alla battigia e procedeva a filmare un residuato addestrativo presente nella spiaggia a cala Brigantina ( Penisola interdetta), la motovedetta militare e le imbarcazioni presenti;

k) il comandante in persona, massimo responsabile del poligono, anziché occuparsi del pericolo da lui stesso dichiarato si preoccupa del “filmare” del sottoscritto;

l) secondo quanto riporta lo stesso comandante “alle 12.45 anche le ultime imbarcazioni abbandonavano Cala Zafferano, mentre l’on. Pili distribuiva bandierine sarde alle imbarcazioni presenti”; oltre alla discutibile e confusa consecutio del racconto emergono ulteriori elementi che denotano la gravità del comportamento messo in essere dal massimo responsabile del poligono che pur di reiterare gratuite accuse allo scrivente afferma che da una parte le imbarcazioni hanno abbandonato cala Zafferano, mentre l’on. Pili distribuiva bandierine sarde alle imbarcazioni ancora presenti; delle due l’una, o le ultime imbarcazioni sono andate via oppure sono ancora lì per ricevere le “bandierine sarde”;

m) a tal proposito si fa notare a mero titolo esemplificativo dell’utilizzo del termine dispregiativo di “bandierine” sarde da parte del comandante del poligono; si tratta di una ulteriore conferma della messa in scena contro il sottoscritto da parte dei vertici militari protesi a perseguire un atto politico verso una denuncia circostanziata della situazione ambientale dell’area oggetto di tale gestione da parte delle autorità militari;

CONCLUSIONI

Non ho mai violato quell'ordinanza che reputo illegittima nei presupposti, infondata nella sostanza, irrazionale, irragionevole e illogica.

Da tutti gli atti si evince che il sottoscritto non ha mai varcato il poligono militare.

Appare sin troppo evidente che le autorità militari avevano un unico intento, disattendendo i loro obblighi e le loro funzioni,quello di perserguire e ostacolare in ogni modo la mia attività politica ed istituzionale tesa a denunciare i misfatti ambientali e comportamentali dei generali e del ministero della difesa in quell'area.

Non volevano essere disturbati nella gestione di quel territorio immenso che considerano cosa loro, dopo possono impunemente fare quello che vogliono.

L'unica mia colpa è quella di aver denunciato e documentato quei fatti e quelle distruzioni con l'ausilio non di bandierine sarde, come in maniera dispregiativa ha scritto il comandante del poligono, ma con il vessillo unico del Popolo Sardo.

Terre e mari che devono essere bonificati e restituiti al Popolo Sardo, ponendo fine ad una impunita devastazione ambientale, ad abusi e reiterati soprusi da parte di generali e ministero della difesa!