IN CORSICA, PER LA LIBERTA' DEL POPOLO SARDO

Cognome Sardo, erre francese.

Quando all'alba la voce femminile irrompe sul mio telefonino non penso minimamente ad uno scherzo.

Poche parole, senza mezzi termini, perentoria come una sentenza: questo pomeriggio blocchiamo la nave al porto di Bonifacio, ai marittimi ex Saremar, agli amministratori di Bonifacio, farebbe piacere la sua presenza.

Non ho molta scelta e tantomeno ne avrei avuto bisogno. Conosco la strada per Santa Teresa di Gallura. Infinita. Il rettilineo più lungo dopo la mulattiera della 131 non supera i cento metri. Non ci penso due volte.

Nel frattempo sul mio telefono si susseguono le voci carlofortine. Sempre prefissi sconosciuti.

Sono i deportati della Saremar. Spediti senza valigie e senza lavoro dall'altra parte del mondo, dall'isola di San Pietro in Corsica.

Sono le vittime sacrificali! Quelle più punite.

Nell'anno del Giubileo di Francesco hanno osato chiedere di mantenere il loro posto di lavoro. Quello che avevano. Quello che una politica di faccendieri gli ha fatto perdere.

La strada è lunga e ho tutto il tempo di rileggere i pensieri di una vertenza iniziata male e finita peggio: quella della Saremar.

Storia di assessori che consumano pizza e gelati in bermuda con gli stessi che da lì a poco acquisteranno per quattro soldi una società che valeva 100 milioni di euro.

Una truffa, senza se e senza ma. Giocata sulla testa dei lavoratori e della continuità territoriale delle isole minori.

Mi sono sperticato in ogni modo per bloccare quella vendita. Ho fatto denunce penali, civili. Niente. Impuniti. Ho suggerito ai lavoratori la causa, ma la voce del ricatto scorreva nelle strade intorno al teatro Cavallera di Carloforte come una tortura sibillina, una serpe in seno.

Il primo che fa ricorso lo fulminiamo, lasciavano trapelare. Nessun contratto, gli dicevano a voce piena, perchè tanto la gara la vinciamo noi.

Tutto questo nel 2016! Storie da Kunta Kinte, con ricatti, minacce e quant'altro.

E loro, i poveri lavoratori della Saremar, società pubblica fatta fallire per volontà politica di destra e di sinistra, sono inermi dinanzi a cotanta violenza.

Riconosco le loro voci, quelle dei deportati dall'altro capo della Sardegna. Famiglie spezzate per poter portare a casa un tozzo di pane, incerto e amaro.

Sono i lavoratori della società regionale finiti a bordo della Blu Navy, nave privata, subentrata nella gestione della tratta Corsica - Sardegna dopo aver acquistato, non si sa come, la nave della Saremar che svolgeva quella tratta.

Sono i primi a venirmi incontro quando arrivo al Porto di Santa Teresa. Ci abbracciamo e mestamente saliamo su quella nave. Qui, in terra Sarda, non si può nemmeno protestare.

Le falesie di Bonifacio sono uno squarcio di Sardegna. Il tramonto è lo stesso. Un pò Sardo, un pò Corso.

Tra me e me rifletto: almeno qui non mi denunceranno!

Emigrato in Corsica per poter protestare per la Libertà della mia terra. Mi hanno denunciato per tutto: basi militari, ingressi in carcere, manifestazioni di insegnanti, blocchi stradali.

Qui, a poche miglia dall'altra sponda delle Bocche, intravvedo il fascino infinito della Sardegna. Languore da distanza.

Quando sbarco a Bonifacio, però, non mi sento in terra straniera, tutt'altro.

La voce femminile dell'alba si materializza. E' lei che gestisce la protesta. Un general manager che controlla il ponte tra Sardegna e Corsica come fosse l'uscio di casa sua.

Li conosce tutti i lavoratori della ex Saremar. Uno per uno, nome per nome. Ai camionisti si rivolge con uno sguardo, come quello che percepisce l'autista del tir carico di legna posizionato a 50 metri dalla nave appena attraccata. Basta un cenno e il bisonte della strada con due manovre si piazza davanti alla nave Ichnusa.

Porto e nave sotto sequestro. Tutto bloccato. Auto, moto, passeggeri. Tutti fermi.

Ti aspetti che in un attimo arrivino polizia, sirene, gendarmeria. Niente. Niente di niente. Si sta bloccando un porto e non succede assolutamente niente. Potresti pensare che qui non ci sono forze dell'ordine, non sono efficienti, sono impegnati altrove.

Niente di tutto questo. Quando il Popolo in Corsica decide di protestare, protesta. Con il Sindaco in testa. A spiegare le ragioni di una lotta dura e determinata.

Il saluto tra me e lui è quello tra due che si sentono già amici. Del resto ci lega quel ponte tra due terre e due popoli che vorrebbero restare vicini ma che malapolitica e speculatori vogliono dividere.

Sono più sereni anche i marittimi. Si sentono più a casa in Corsica che in Sardegna. Sanno di poter partecipare alla protesta senza finire davanti ad un giudice che li condanna per aver difeso il loro diritto al lavoro.

Ecco, siamo in Corsica per la nostra libertà, per la libertà dei lavoratori Sardi, del Popolo Sardo.

Costretti ad emigrare per far sentire la nostra voce.

In ballo non c'è un posto di lavoro punto e basta.

C'è in discussione la Libertà del Popolo Sardo, libertà da monopoli e truffaldini, da faccendieri e speculatori, da gentaglia protesa a fregare il pane a quei poveri lavoratori ricattati e ingannati senza pudore.

Certo qualche cialtrone dirà ricerca di visibilità.

Non perderò un secondo dietro costoro. Del resto ogni aiuola da i fiori che può dare.

I minatori della Carbosulcis, in quelle infinite notti di occupazione in fondo ai pozzi di Nuraxi Figus, nel profondo Sulcis, non smettevano mai di ripetermelo: per stare al nostro fianco bisogna esserci.

Noi dobbiamo esserci. Ognuno di noi deve esserci.

In Corsica, come in Sardegna.

Sia quella di Bonifacio una lezione di coraggio: per essere rispettati, bisogna farsi rispettare.

In terra di Sardegna, come in terra di Corsica.