CORONAVIRUS E L'ISOLA BUCATA, DALLA QUARANTENA DI SARDI ABBANDONATI AI PORTI INCUSTODITI

Bisogna dire le cose come stanno, anche se non piacciono.

Ci sono casi di quarantena in Sardegna, gestiti male e tardivamente e li racconterò, anche perchè dispongo di prove e documenti.

Ci sono falle ciclopiche nell'intero sistema di presidio attivo nei porti e negli aeroporti e questo nonostante ordinanze tardive e superficiali.

https://www.facebook.com/mauro.pilibis/videos/2832740400137979/

Scriverò sommessamente, con l'unico obiettivo, speranza, di accelerare i rimedi e le soluzioni. Lo faccio qui e pubblicamente perchè non amo i bisbiglii di palazzo e le fusa da lisciapelo!

L'onere del raccontare i fatti non sempre coincide con i desideri di chi governa. Anzi, il più delle volte, confligge. Ma a volte aiuta!

Esaminare i fatti, verificare la realtà, accertarsi della corrispondenza tra quel che si dice con la messa in opera delle norme che si prescrivono è regola aurea dell'informazione militante. Quella che non gira la faccia dall'altra parte per non vedere.

E' il caso del Coronavirus in Sardegna. Tra quello che si dice in una conferenza stampa e la realtà dei fatti.

Tra le competenze dell'uno e dell'altro.

Molto spesso denunciare un fatto grave non ha un fine critico e punitivo, ma uno esattamente contrario, quello di indurre ad assumere provvedimenti, senza perdere altro tempo.

Vi racconterò fatti e non opinioni. Per comprendere che bisogna essere scrupolosi e non pomposamente superficiali.

Il primo caso è ad Iglesias. La segnalazione mi arriva con i canali informativi tradizionali. E' un racconto incredibile per essere vero.

Lascio detto di farmi contattare dai malcapitati, se esistono e se i fatti preannunciatimi sono veri.

Passano pochi minuti e i protagonisti di questa amara vicenda si presentano in viva voce.

Il racconto è concitato:

due giorni fa siamo tornati da un viaggio nel nord Italia, prima Piemonte per un'iniezione di cellule staminali e poi in Lombardia per ripartire da Bergamo, verso Cagliari.

Nell'attesa della ripartenza serale saliamo su un treno, per visitare velocemente la cinta milanese, non avendola mai vista. Uno sguardo veloce, sulle rotaie. Attraversiamo diversi comuni, tra cui Codogno, dove ancora non è scoppiata l'emergenza, o meglio non la conosciamo. In quella fermata salgono numerosi passeggeri. Noi e tutti siamo ignari di quel che sta capitando.

Arriviamo a Bergamo, aeroporto Orio al Serio, quello delle low cost.

Mi raccontano:

"Ci sediamo in un bar dell'aeroporto con un solo tavolino, in attesa della chiamata del volo. Parliamo per caso con una ragazza che ci racconta la sua disperazione: è andata a trovare il padre a Codogno e ha scoperto che qualche giorno prima il suo genitore aveva trascorso del tempo proprio con la persona appena deceduta in seguito al contagio da Coronavirus. Entriamo nel panico. Ci alziamo e andiamo via. Decollo e atterraggio a Cagliari sono con la preoccupazione in gola. All'arrivo chiediamo supporto per sapere cosa dovessimo fare. Raccontiamo i fatti. Per cautela, comprendendo la gravità della situazione registriamo tutto, telefonate e colloqui. Quasi veniamo sbeffeggiati. Alla fine ci dicono al telefono che dobbiamo stare a casa, in quarantena. Senza che nessuno ci abbia chiesto niente di specifico. Rientriamo ad Iglesias, ma da subito si crea il panico intorno a noi. Una delle nostre bambine, che pure era rimasta in Sardegna, aveva da qualche ora una febbre a 40,9°. Chiamiamo ovunque e chiediamo aiuto. Non possiamo uscire di casa per portarla al pronto soccorso e nessuno viene a soccorrerci. Mancanza di protocolli, panico da lontano. Alla fine arriva il 118 a casa. Caricano in ambulanza madre (in quarantena) e figlia con la febbre da cavallo. Ingresso al pronto soccorso, mia figlia buttata su due sedie (e mostra la foto) e poi su in reparto. Nascosti in un angolo come appestati. Attendono che la bambina abbia un calo di febbre e ci rispediscono a casa. Solo dopo 36 ore qualcuno della asl si fa vivo al telefono per sapere come stessimo. Abbandonati sino a quel momento a noi stessi".

Passano quasi 72 ore di silenzio dallo sbarco all'aeroporto. E la donna in quarantena passa dallo scalo cagliaritano, accompagnata dal marito, alla sua abitazione, al pronto soccorso e al reparto pediatrico.

Tutto scritto! Nero su bianco, certificato alla mano. Resteranno in quarantena volontaria, nonostante il ravvicinato incontro con una ragazza venuta in contatto diretto con il padre che aveva trascorso del tempo con la persona deceduta a Codogno.

Si tratta di falle nel sistema, che possono costare caro! E che non devono esistere.

E poi Olbia, ragazzo appena rientrato da Milano. Nel suo campus di studio tanti ragazzi cinesi. Accusa una febbre altissima, oltre 40. E' a casa nella città gallurese. Chiama tutti i numeri previsti. Gli dicono che tampone non ne hanno, che la procedura prevede che se ne stia a casa. Di rivolgersi al medico di famiglia. Alla fine abbandonato a se stesso. Stamane ancora febbre alta e chiuso a casa. Salvo ieri una telefonata della Asl disposta dalle procedure innescate ieri mattina, con grave ritardo.

Non mi occupo di polemiche italiane. Mi limito a far rilevare quel che succede, o che non succede, in Sardegna. Con l'obiettivo di scongiurare ulteriori danni.

Quello che sta succedendo nei porti e succedeva sino a ieri negli aeroporti è di gravità inaudita.

Quattro giorni fa avevo denunciato che non esisteva nessun controllo negli aeroporti sardi per quanto riguardava gli arrivi dal nord Italia, da Milano e Verona.

Dall'epicentro della Lombardia in un'ora in Sardegna senza alcun monitoraggio, nemmeno quello termico, il minimo!

Da ieri, dopo la mia denuncia, un'ordinanza lo dispone. Nel frattempo, dall'emergenza in Lombardia e Veneto, da quelle zone sono arrivate in Sardegna 6/8000 persone.

Che il buon Dio ce la mandi buona!

Stamane al porto di Olbia le navi provenienti dal Nord Italia sbarcavano centinaia di passeggeri. Nessun controllo, zero verifiche.

https://www.facebook.com/mauro.pilibis/videos/2832740400137979/

Che Dio ce la mandi buona.

Ma giusto per non dimenticarsi:

le Regioni hanno la responsabilità diretta della realizzazione del governo e della spesa per il raggiungimento degli obiettivi di salute del Paese. Le Regioni hanno competenza esclusiva nella regolamentazione ed organizzazione di servizi e di attività destinate alla tutela della salute e dei criteri di finanziamento delle Aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere (anche in relazione al controllo di gestione e alla valutazione della qualità delle prestazioni sanitarie nel rispetto dei principi generali fissati dalle leggi dello Stato).

I fatti, non le chiacchiere. Le emergenze si governano, non si proclamano con ridicole e inutili conferenze stampa. Ciò che si preannuncia va verificato sul campo. E se non si realizza va denunciato. Per rimediare ed evitare una Regione sempre più colabrodo.

Così funziona, volenti o nolenti.