C'ERA UNA VOLTA L'ANFITEATRO, QUELLO VERO

Di questi tempi un cumulo di tubi d'acciaio in Sardegna, dalmine o innocenti, diventa anfiteatro o arena. A seconda di chi sia l'interprete di cotanta ardita inventiva architettonica e paesaggistica.

Piace provvisorio, metallico e amovibile, come si conviene alla precarietà di chi non ha orizzonte e visione.

Ho letto con non poca rassegnazione i commenti di quanti ieri hanno scoperto la nuova arena del Forte Village per uno spettacolo memorabile, non ho difficoltà a crederci, di un'artista eclettico e brillante come Rosario Tindaro Fiorello.

A margine dello spettacolo ballato, cantato e imitato si elevano due considerazioni ricorrenti nei commenti più gettonati. La prima: c'era tutta Cagliari. La seconda: questa sì che è un'arena spettacoli, chiaro raffronto al cumulo di provvisorietà di tubi voluti e piazzati a S.Elia dall'amministrazione comunale di Cagliari.

Sommessamente e a bassa voce mi permetto di osare: tubi per tubi c'è chi preferisce quelli con prato verde, con palme illuminate, organizzazione, effetti speciali e nomi altisonanti.

Si preannuncia una sfida titanica tra tubi pubblici e tubi privati.

Nelle stesse ore nel cuore dell'antica Roma il teatro Massimo, fulgido esempio di archeologia e spettacolo, straripava di centinaia di migliaia di spettatori corsi da ogni angolo per assistere al concerto di un'icona mondiale del rock.

Così nell'arena di Verona, così nella valle dei templi di Agrigento. In Sardegna no, a noi piacciono i tubi d'acciaio.

Basta un soprintendente di Stato e quattro scugnizzi d'oltre tirreno per imporci ciò che si può o non si può fare. Decidono loro, a seconda del piede con cui la mattina hanno solcato il proprio giaciglio.

Impongono, dettano, minacciano e devastano.

A Cagliari sono riusciti laddove solo bizantini, pisani, aragonesi erano riusciti a far peggio.

Mentre nell'alto medioevo l'anfiteatro romano veniva devastato dai popoli conquistatori per trasformarlo in una becera e devastante cava di pietra, cancellandone ben due terzi, alla soglia del 2011 Sindaco, Sopraintendente di Stato e accoliti vari ebbero l'illuminante idea di chiuderlo e trasformarlo in un'imponente cloaca a cielo aperto, dove il degrado regna indisturbato in attesa di lavori che ormai da quasi un quinquennio vengono annunciati ma mai effettuati.

Anfiteatro chiuso. Abbandonato a se stesso. Storia, civiltà, archeologia, spettacoli e cultura riposti nello stipetto della stupidità del tubo d'acciaio.

Si potrebbe obiettare: ma è stato chiuso per tutelarlo, per rimuovere quella "legnaia" come la definirono gli amici del tubo. Ecco: solo un cretino può aver creduto a quella stoltezza da quattro soldi raccontata da un Soprintendente figlio della politica del tubo.

Disse e scrisse che andava tutto rimosso perchè bisognava riportare alla luce il monumento in ogni sua parte. Appunto, un ignorante.

Non sapeva e forse non sa che quella struttura immersa in uno scenario straordinario ed esclusivo, capace di accogliere contestualmente spettacoli e valorizzazione archeologica, era stata per due terzi devastata dai bizantini, pisani e aragonesi che ne avevano raso al suolo gradinate e strutture per farne una cava di pietra.

La struttura lignea che fu realizzata negli anni 2000 aveva, dunque, una duplice funzione: ripristinare la fruibilità archeologica interrotta anche fisicamente da quella antica devastazione e consentirne l'utilizzo culturale, teatrale e musicale.

Ora è cloaca. Cantiere inutile, infinito e figlio della cultura del tubo. Quella di chi non vede oltre la punta del proprio naso.

Meglio, dunque, un'arena di tubi piuttosto che un Anfiteatro per il quale anche Ray Charles esclamò: non lo vedo ma sento che questo luogo è magico.

Ora non ci resta che la magia del tubo!

Sino a quando non apriremo gli occhi e cacceremo a pedate usurpatori di bellezza e fascino della nostra terra!