PILI: ACQUISIRE CARCERI IGLESIAS, CAGLIARI, ORISTANO E SASSARI - NEGARE CAMBIO DESTINAZIONI D’USO

COMUNE E REGIONE POSSONO E DEVONO FERMARE IL CPR DI IGLESIAS

CHIEDERE IMMEDIATO PASSAGGIO DEI BENI ALLA REGIONE IN BASE ALL’ART.14 DELLO STATUTO

SE NON LO FANNO SUBITO CON ATTI FORMALI SONO COMPLICI SOTTO OGNI PUNTO DI VISTA, BASTA CHIACCHIERE E LETTERINE DI NATALE

“Regione e Comune possono e devono fermare la realizzazione del centro permanente di rimpatri nel carcere di Iglesias. Dopo aver fallito miseramente la mediazione politica, dopo essere stati umiliati dal governo che ha letteralmente ignorato le letterine di natale di Sindaco e Presidente di Regione è ora di dimostrare concretamente la contrarietà a scelte calate dall’alto, irrazionali e illegittime. Sia Regione che Comune hanno gli strumenti tecnico-giuridici per rigettare e opporsi formalmente alla decisione del ministro dell’Interno. Se non dovessero farlo nelle prossime ore è evidente la strisciante complicità e sudditanza al governo nazionale e agli ordini di partito. Per questa ragione servono due atti amministrativi urgenti della Regione e del Comune. La regione deve rivendicare con somma urgenza l’applicazione dell’art.14 dello Statuto che prevede il passaggio immediato e sostanzialmente contestuale del patrimonio statale alla regione e al comune qualora sia cessata la funzione originaria del bene. Il carcere di Iglesias ha da oltre due anni cessato la sua funzione originaria di casa circondariale e risulta chiuso, è automatico il suo passaggio al demanio regionale. Artifizi di vario genere, con l’apertura di un ufficietto vergognoso come sta accadendo al carcere di Buon Cammino di Cagliari, sono destituiti di ogni presupposto giuridico e sostanziale per proseguire nella disponibilità di quel bene. Dunque il carcere di Iglesias deve essere immediatamente acquisito, alla pari di Buon Cammino a Cagliari, piazza Mannu a Oristano, e San Sebastiano a Sassari dalla regione attraverso un atto urgente che eviti un danno erariale alla Regione stessa che perderebbe, come sta perdendo, un immenso patrimonio che lo Stato deve cedere senza se e senza ma alla regione Sardegna. Il Comune oltre a rivendicare quel bene nella sua disponibilità deve negare il cambio di destinazione d’uso dell’immobile con le argomentazioni più evidenti: si tratta di una trasformazione radicale d’uso, non più un luogo di restrizione, con evidenti caratteristiche di standard urbanistici, ma in una residenzialità diffusa e consistente non contemplata in alcun modo dallo strumento urbanistico. A questo si aggiunge che tale struttura, il centro permanente di rimpatri, sarebbe allocata tra una zona agricola e una industriale che mal si conciliano sul piano della compatibilità d’uso dell’immobile originariamente destinato a carcere”.

Lo ha detto stamane il deputato di Unidos Mauro Pili presentando un’articolata azione inviata alla Regione Sarda e al comune di Iglesias con la quale chiede alle istituzioni sarde di fermare la decisione di allocare in Sardegna e ad Iglesias un centro di rimpatri permanente.

“Regione e Comune non possono subire un diktat di questa portata. Se la loro contrarietà è reale agiscano con atti concreti. Se dovessero, invece, proseguire ancora con questo silenzio è evidente che non resterà che prendere atto di una sudditanza politica e istituzionale totale e senza precedenti. Se il comune dovesse rilasciare il cambio di destinazione d’uso -ha concluso Pili - è evidente che saremo noi ad impugnarlo formalmente per irragionevolezza e palese illegittimità sostanziale e urbanistica”.

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                        NOTA TECNICO GIURIDICA
    SU DINIEGO CAMBIO DESTINAZIONE D’USO E ACQUISIZIONE PATRIMONIO 
                         IN BASE ART.14 STATUTO

DINIEGO CAMBIO DESTINAZIONE D’USO
1. Il comune di Iglesias deve adottare un provvedimento con il quale rigetta l’istanza tendente ad ottenere il permesso al mutamento di destinazione d’uso di un immobile, da carcere a struttura residenziale, con riferimento alla incompatibilità della nuova destinazione d’uso con la classificazione prevista dallo strumento urbanistico vigente per l’area ove è ubicato l’immobile interessato.
2. La richiesta di cambio della destinazione d’uso di un fabbricato, qualora non inerisca all’ambito delle modificazioni astrattamente possibili in una determinata zona urbanistica, ma sia volta a realizzare un uso difforme da quelli ammessi, si pone in insanabile contrasto con lo strumento urbanistico, posto che, in tal caso, si tratta non di una mera modificazione formale destinata a muoversi tra i possibili usi del territorio consentiti dal piano, bensì in un’alterazione idonea ad incidere significativamente sulla destinazione funzionale ammessa dal piano regolatore e tale, quindi, da alterare gli equilibri prefigurati in quella sede.
3. Il cambio di destinazione d’uso, come la variante dello strumento urbanistico, non è un atto dovuto, ma costituisce piuttosto oggetto di esercizio di poteri discrezionali, che devono comparare l’interesse alla realizzazione dell’opera con molteplici altri interessi, quali quello urbanistico, edilizio, paesistico, ambientale. In tale caso permane in capo al Comune un’ampia discrezionalità circa l’an stesso ed il quomodo della prestazione dell’eventuale assenso;
4. Il cambio di destinazione d’uso concerne una struttura carceraria, e come tale con un carico urbanistico ben individuato e limitato, da trasformare in un insediamento stabile di residenza collettiva per un numero di persone imprecisato ma di certo non annoverabile in un modesto carico di nuove esigenze sia sul piano dei servizi che della compatibilità della struttura con il contesto urbanistico circostante.
5. Le strutture carcerarie non posso essere minimamente equiparate né sul piano del diritto internazionale né su quello sostanziale urbanistico a quelle previste per un centro permanente di rimpatri trattandosi di strutture caratterizzate dall’aspetto stanziale/ detentivo degli utenti nel primo caso e di vera e proprio residenzialità nel secondo;
6. non è consentito, invero, di ipotizzare alcuna abdicazione del Comune alla sua istituzionale potestà pianificatoria, sì da rendere l’approvazione del cambio di destinazione d’uso pressoché obbligatoria, spettando al contrario all’amministrazione comunale la valutazione – autonoma e largamente discrezionale – necessaria a giustificare sul piano urbanistico la eventuale modificazione, per il caso singolo, alle regole poste dallo strumento vigente;

APPLICAZIONE ART. 14 DELLO STATUTO ALLE CARCERI DI IGLESIAS – CAGLIARI – ORISTANO E SASSARI

In base all’art. 14 dello Statuto speciale per la Sardegna la Regione deve rivendicare l’immediato passaggio del patrimonio immobiliare delle carceri Sarde dismesse e chiuse al patrimonio regionale e il passaggio eventuale ai comuni che ne facciano richiesta;
l'articolo 14 dello Statuto Speciale per la Sardegna (legge costituzionale 26 febbraio 1948, n.3, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 9 marzo 1948, n.58), infatti, dispone: 1) la regione, nell'ambito del suo territorio, succede nei beni e diritti patrimoniali dello Stato di natura immobiliare e in quelli demaniali, escluso il demanio marittimo; 2) i beni e diritti connessi a servizi di competenza statale ed a monopoli fiscali restano allo Stato, finché duri tale condizione. I beni immobili situati nella regione, che non sono di proprietà di alcuno, spettano al patrimonio della regione;
la Corte costituzionale con sentenza n.383 del 1991, in merito al ricorso proposto da altra regione a statuto speciale, la regione Valle d'Aosta, aveva sostenuto l'automatico passaggio dei beni alla stessa regione anche in virtù del seguente esplicito riferimento alla regione Sardegna: «Del resto l'articolo 14 dello statuto speciale per la Sardegna (legge costituzionale 26 febbraio 1948, n.3) mentre stabilisce, al primo comma, che la regione, nell'ambito del suo territorio, succede allo Stato nei beni demaniali e, al secondo comma, che restano allo Stato i beni e diritti connessi a servizi di competenza statale, dà rilievo alla sopravvenienza, in quanto prevede che la detta causa di esclusione possa cessare, con l'effetto in tal caso che la successione si realizza, in un momento posteriore all'entrata in vigore dello statuto»;
la Corte costituzionale nella stessa sentenza, per il bene militare le cui funzioni di difesa erano venute meno proprio dall'intenzione dello Stato di vendere il compendio, disponeva: «Va dunque dichiarato che non spetta allo Stato porre in vendita a privati, con l'impugnato avviso d'asta, l'immobile in questione, appartenendo questo al demanio della regione Valle d'Aosta»;
le disposizioni contenute nei primi due commi dell'articolo 14 dello statuto della regione Sardegna di rango costituzionale dispongono che la regione succeda, nell'ambito del suo territorio, nei beni e nei diritti patrimoniali dello Stato di natura immobiliare, regola generale esplicitata nel primo comma;
il secondo comma del citato articolo 14 introduce un'eccezione: la successione non avviene e i beni restano di proprietà dello Stato quando sono utilizzati (connessi) per servizi di pertinenza statale;
l'eccezione, però, ha un limite ben preciso: l'utilizzazione deve essere attuale, di guisa che se tale utilizzo viene a cessare cade il presupposto della medesima eccezione ed i beni non più utilizzati ricadono nella regola generale e seguono la sorte degli altri beni statali e, cioè, la loro proprietà è trasferita «ope legis» alla regione; la chiara e univoca statuizione dell'articolo 14, secondo cui «i diritti patrimoniali connessi a servizi di competenza statale restano allo Stato “finché duri tale condizione”» non può dare luogo a dubbi interpretativi;
la congiunzione temporale «finché» attribuisce, infatti, un sicuro valore dinamico alla norma. Nel senso che transitano nel patrimonio regionale non solo i beni che, alla data di entrata in vigore dello statuto speciale, non erano più connessi a servizi statali, ma anche quelli la cui connessione sia venuta meno successivamente; l'applicazione di tale disposto si rileva nella nota n.2/20680/10-1-20-20/89 dell'aprile 1989, quando il Ministro della difesa pro tempore , Zanone, comunicava al presidente della regione di aver impartito disposizioni agli organi tecnici della difesa, per l'avvio della procedura prevista per la cessione all'Amministrazione finanziaria dei beni demaniali non più necessari alle Forze armate;
il significato proprio dato dal legislatore alla norma porta sicuramente a dare rilievo alla sopravvenienza e, cioè, al sopravvenuto venir meno della connessione del bene con il servizio statale;
tale sopravvenienza rappresenta il limite all'eccezione di cui al secondo comma dell'articolo 14 e fa, quindi, rivivere la regola generale della successione della regione Sardegna nella proprietà dei beni dello Stato;
la cessazione della connessione dei beni immobili ai fini statali, come dispone la richiamata sentenza della Corte costituzionale, si è verificata proprio nel momento in cui l'amministrazione dello Stato ha posto in vendita o attivato forme di concessione e comodato a soggetti privati o pubblici del bene stesso;
con riferimento alla regione Sardegna non esiste nessuna disposizione normativa che possa configurarsi come ostativa al trasferimento dei beni statali alla regione stessa, quando la «dismissione» avvenga in data successiva all'entrata in vigore dello statuto sardo;
il Consiglio di Stato in sede consultiva con il parere della terza sezione del 12febbraio 1985, n.158, ha espresso formale parere su richiesta del Ministero della difesa proprio sull'applicazione dello statuto sardo;
l'organo consultivo in quel parere, – in estrema sintesi – si è pronunziato nel senso che l'articolo 14, secondo comma, dello statuto sardo stabilisce che i beni immobili connessi a servizi di competenza statale restano allo Stato soltanto finché duri tale condizione, riconoscendo, così, allo Stato la funzione di uso e non anche di disposizione degli immobili stessi;